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Saviani
Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.
Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.
Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.
Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E' da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.
Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E... Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.
Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.
* * *
Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta", "culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente, "letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.
Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice (folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.
Le "scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.
* * *
Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non - poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.

La Catena di San Libero n. 373 22 ottobre 2008

"Parla, Santapaola!", "Zitto tu, Fava!"

di Riccardo Orioles, martedì 14 ottobre 2008,  www.ucuntu.org

Io, Vincenzo Santapaola, vi dico...". Uno degli ultimi contenuti de La Sicilia di Catania, sotto forma di lettera, ma senza alcun intervento redazionale, è un vero e proprio editoriale di un boss mafioso. Contemporaneamente, e da oltre un anno, Ciancio vieta ai suoi cronisti di pubblicare dichiarazioni e notizie su Claudio Fava. Un episodio gravissimo, che segna un punto di non-ritorno. E la Magistratura? Ponzio. E l’Ordine dei Giornalisti? Pilato.

Il gravissimo episodio di Catania - un esponente mafioso che usa il giornale di Ciancio per mandare i suoi messaggi - non ha suscitato le risposte istituzionali che sarebbero state prontamente date in ogni altra città.

1) La Procura di Catania, che da poco ha sequestrato per inadempienze burocratiche un povero foglio locale ("Catania Possibile") di denuncia, non ha ritenuto di intervenire sul ricco e potente quotidiano che ha favoreggiato di fatto il clan Santapaola.

2) L’Ordine dei Giornalisti non ha incredibilmente preso alcun provvedimento disciplinare - e quando , allora? - nei confronti del favoreggiatore.

3) L’Associazione siciliana della Stampa, che non è mai intervenuta in difesa di nessuno degli otto giornalisti siciliani trucidati dai Santapaola e dagli altri mafiosi, non ha avuto il coraggio di prendere adeguatamente posizione.

4) Il CdR de La Sicilia non ha denunciato né ha contestato (com’era suo preciso dovere) l’operato del direttore.

4) Non se n’è dissociato, nemmeno con tempestive dimissioni, neanche il vicedirettore, che evidentemente giudica incidente veniale la presenza di un Santapaola nel suo giornale.

5) Le forze politiche locali hanno reagito con estrema fiacchezza all’episodio gravissimo, che ufficializza la contiguità fra poteri e mafia (già vista in numerosi episodi: caso Avola, censura dei necrologi Montana e Fava, scuse al boss Ercolano, ecc.) nel campo dell’informazione.

Non è affatto una vicenda catanese. E’ nazionale. E’ l’esempio più estremo, ma che non resterà insuperato, della catastrofe etica dell’informazione italiana. Saviano, parlando di giornali collusi, ha avuto torto solo nel limitare i suoi esempi alla Campania.

ACCOGLIAMO E FACCIAMO NOSTRO L'APPELLO

Facciamo appello ai siti liberi locali, ai giovani che li animano con tanta passione, a non lasciare impunita questa vergogna. A reagire apertamente e duramente, e soprattutto tutti insieme. Urgente è la ripulsa istintiva, etica, morale, nei confronti di quel "giornalismo" che insulta gli Alfano, le Cutuli, i Mario Francese, i Giuseppe Fava.

Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà a Claudio Fava, che i mafiosi intendevano uccidere, per la sua attività di giornalista libero, nello stesso luogo in cui avevano già ucciso suo padre; e nonostante questo, o forse proprio per questo, il suo nome oggi è tabù sullo stesso giornale che pubblica i comunicati dei Santapaola.

Faccio appello infine, personalmente e da vecchio giornalista che mai avrebbe immaginato un tale degrado della professione, ai colleghi Lorenzo Del Boca e Roberto Natale, Presidenti Nazionali del nostro Ordine e del Sindacato:. Intervenite con tutti i vostri poteri su Catania! Difendete la nostra professione! Non lasciate soli i giovani che, con immensa generosità e a dispetto di tutto, qui impegnano le loro vite a fare un giornalismo di cui non vi dobbiate vergognare.

Catania: il foglio "Catania Possibile"

                         ...denunciato per violazione dell’art. 16 della Legge 47 del 1948 legge sulla "stampa clandestina". ... ci risiamo!!!
Abbiamo incontrato Marco Benanti qualche giorno fa a Catania. Ci ha raccontato della vicenda sotto indicata e non possiamo dire di essere stupiti dell'accaduto ma di essere avviliti per questo clima ... questo sì, ci sentiamo di dirlo. Possibile che in questa Italia l'unico modo per attaccare è quello della querela? L'Avv. Fiumefreddo immaginiamo conosca le vie di intervento per difendersi da ciò che per lui è infamia, quindi perché non limitarsi a denunciare i contenuti? Perché chiedere il sequestro di un giornale? Non è nello spirito antimafioso. Almeno per noi non lo è.
Segue comunicato di Marco Benanti.
Il 23 luglio scorso alcuni componenti della redazione dell’Isola Possibile pubblicavano il numero zero di un nuovo settimanale catanese, Catania Possibile. Pochi giorni dopo la pubblicazione, il giornale veniva posto sotto sequestro, mentre il direttore responsabile e un redattore ricevevano notifiche dall’ufficiale giudiziario e dalla Polizia giudiziaria. Che diavolo era successo?
“Casus belli” un servizio su un megaprogetto imprenditoriale della società “La Tortuga”, di alcuni componenti della famiglia Testa sulla scogliera di Ognina, noto borgo marinaro di Catania. Un progetto contestato da alcuni residenti della zona, che la giustizia amministrativa ha, per il momento, bloccato. A difendere, in sede penale, i Testa è l’avv. Antonio Fiumefreddo. Accanto al servizio su Ognina e i Testa, si pubblica anche una scheda che ricorda la variegata carriera politica dell’avv. Fiumefreddo. Dati fattuali, nessuna falsità. Apriti cielo!
L’avv. Fiumefreddo è, dall’aprile del 2007, sovrintendente, in quota Mpa, del teatro Massimo “Bellini”, impegnato anche in iniziative antimafia.
Per cercare di capire, vi raccontiamo di seguito la cronologia dei fatti. Lo facciamo con molta attenzione, perché c’è il rischio che, se non stiamo attenti, ci cadano in testa altre tegole.
- 23 luglio: il giornale viene distribuito gratis in città e non viene consegnato alle edicole perché l’idea è quella di fare un settimanale free press, e cioè un giornale distribuito gratuitamente che dovrebbe sopravvivere con la pubblicità.
- Secondo una pratica comune a Catania e non solo, il numero zero riportava la frase: In attesa di registrazione. In altre parole, la testata non era ancora registrata, lo sarebbe stata a partire dal primo numero, a settembre.
- Il 25 luglio parte la richiesta di sequestro ordinata da un PM, dietro denuncia dell’Avv. Fiumefreddo (nello specifico per conto dei Testa). Motivazione: Violazione dell’art. 16 della Legge 47 del 1948 legge sulla "stampa clandestina".
- 30 luglio: depositata nella cancelleria del gip l’ordinanza di sequestro preventivo.
- 4 agosto: notifica della Polizia giudiziaria a Marco Benanti, direttore responsabile, e ad Alessandro Suizzo, redattore di un articolo contestato.
- 5 agosto: “Catania Possibile” presenta la documentazione necessaria alla registrazione della testata in tribunale.
- 7 agosto: Benanti e Suizzo ricevono dall’ufficiale giudiziario una notifica riguardo a un ricorso al Tribunale civile, presentato dall’avv. Fiumefreddo, teso ad ottenere il ritiro di tutte le copie del giornale dal territorio di Catania, in quanto esso contiene un articolo, a detta di Fiumefreddo, diffamatorio nei confronti della sua persona.
- 8 agosto: la testata viene regolarmente registrata in Tribunale, malgrado l’opposizione dell’avv. Fiumefreddo.
- 11 agosto: Catania Possibile presenta istanza di dissequestro.
- 20/25 agosto: udienza d'urgenza davanti al tribunale civile.
- 26 agosto: udienza davanti al Tribunale del Riesame per l’istanza di dissequestro del giornale (udienza rinviata al 18 settembre prossimo)
27/08/2008 da http://www.ritaatria.it

Chi è Ciancio Mario Sanfilippo?

      Consideriamo un territorio e, all’interno di questo territorio, guardiamo a tutti i mezzi di comunicazione che vi operano. Di tutti i mezzi di comunicazione del territorio che stiamo considerando, un solo uomo possiede tutte le televisioni (tutte), le due emittenti radiofoniche più importanti, il quotidiano più letto (più parte degli altri due quotidiani che escono in quel territorio), una casa editrice, la più importante concessionaria per la raccolta pubblicitaria, due società per la pubblicità su cartellonistica stradale.
Il territorio di cui stiamo parlando si chiama Sicilia. L’uomo è
Mario Ciancio Sanfilippo.
Mario Ciancio Sanfilippo è nato a Catania il 29 maggio 1932 è figlio dell’avvocato Natale, discendente dei Sanfilippo di Adrano, proprietario terriero, è sposato, da cinquant’anni, con Valeria Guarnaccia, ha cinque figli, quattro femmine e un maschio, Domenico, segretario di redazione a "La Sicilia".

Nipote del fondatore del quotidiano La Sicilia, si laurea in giurisprudenza nel 1955 e due anni dopo diventa giornalista professionista. Dal 1967 è il direttore responsabile de La Sicilia e in passato è stato anche l'editore dell'Espresso sera. Negli anni ha costruito un gruppo editoriale di dimensioni notevoli, che comprende i più importanti mass media della Sicilia e una parte di quelli presenti in altre regioni dell'Italia meridionale.

Ciancio Sanfilippo è proprietario delle emittenti televisive Antenna Sicilia, Telecolor e Video3; le emittenti radiofoniche Radio Sis, Radio Telecolor e Radio Video3. Inoltre ha degli stretti legami con i canali tv catanesi Telejonica e Rete8 e la messinese RTP; i quotidiani Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud e La Gazzetta del Mezzogiorno. Ha inoltre partecipazioni in Mtv, La7, Telecom, Tiscali e L'Espresso/Repubblica. Stampa e distribuisce in Sicilia e nella provincia di Reggio Calabria i quotidiani nazionali.

Della sua conduzione della testata e dei suoi rapporti, mai dimostrati, con la criminalità organizzata, l'eurodeputato Claudio Fava scrisse più volte, proponendo accuse significative:

        “La Sicilia cominciò a essere sempre meno giornale e sempre più strumento politico: la città andava educata, le sue energie imbrigliate. L’ansia della gente doveva trovare momenti di sfogo e di legittimazione, mai di ribellione. Gli strumenti erano elementari. Una cronaca nera poliziesca, mai capace di andare oltre il clichè della guerra fra bande. Un dibattito culturale dedicato alla mortificazione d’ogni sintomo di dissenso e riservato a interminabili querelle filologiche (ma esiste veramente la mafia? E che cos’è la mafia? Che cosa vuol dire esattamente la parola mafia?). Un’analisi politica prudente, ossequiosa con il Palazzo, cauta con i riformisti, sprezzante con i residui d’opposizione. Per il resto, un assoluto, pervicace silenzio sulla città, sui sintomi del suo decadimento, sui comitati d’affare, sulle nuove gerarchie criminali.
Tacere di mafia e di mafiosi, nella Catania di piombo degli anni Ottanta, era un compito ingrato. Da autentici professionisti dell’omissione. Eppure La Sicilia, al di là di ogni pudore, riuscì per molti anni a sopprimere dai propri scritti la parola mafia: usata raramente, e solo per riferirla a cronache di altre città, mai a Catania. Nell’Ottobre del 1982, quando tutti i quotidiani italiani dedicheranno i loro titoli di testa all’emissione dei primi mandati di cattura per la strage di via Carini, l’unico giornale a non pubblicare il nome degli incriminati sarà La Sicilia. Un noto boss, scriverà il quotidiano di Ciancio: Nitto Santapaola, spiegheranno tutti gli altri giornali della nazione. Il nome del capomafia catanese resterà assente dalle cronache della sua città per molti anni ancora: e se vi comparirà, sarà solo per dare con dovuto risalto la notizia di una sua assoluzione.

O per ricordarne, con compunto trafiletto, la morte del padre. […] (Tutto questo) con risultati giornalisticamente grotteschi: i minorenni arrestati per uno scippo finivano in cronaca con nome, cognome e foto; i luogotenenti di Santapaola invece erano sempre “giovani incensurati”, il loro arresto maturava in “circostanze poco chiare” […].”

Ritratto della Scirumi srl, la società dai tanti volti...
Tra Lentini e Sigonella, Mario Ciancio, agrumi e miliardi

“Trattasi di opere residenziali speciali, di rilevante interesse pubblico connesso alla difesa militare ed a esigenze di sicurezza nazionale”. Così nella richiesta di variante al piano regolatore generale che la Scirumi Srl di Catania presentava al Comune di Lentini ottenendo in tempi record la trasformazione di 91 ettari di terreni agricoli in aree “a zona residenziale” per ospitare oltre 6.800 cittadini statunitensi della base militare di Sigonella. Costruzioni per 670.000 metri cubi che cancelleranno una delle aree più suggestive della Piana di Catania, sottoposta a vincolo paesaggistico ed archeologico.
Un affare da 300 milioni di euro seccamente smentito dal Comando della marina militare Usa e dal ministero della difesa italiano ma che per la rilevanza dei suoi attori non può essere certo una bufala speculativa. Dietro la società Scirumi, infatti, c’è la Maltauro Costruzioni, una delle aziende più attive nel business delle grandi opere, fermamente interessata all’appalto per trasformare l’aeroporto Dal Molin di Vicenza nella più grande base dell’esercito americano in Europa. Ma c’è pure la Cappellina di Catania, piccola srl di proprietà dei cinque figli del cavaliere-editore Mario Ciancio Sanfilippo: Angela, Carla, Rosa Emanuela, Natalia e Domenico. I figli, si dirà.
Ma il ruolo del patron de La Sicilia nel devastante programma è tutt’altro che secondario. E ad oggi, egli è l’unico ad averci guadagnato con la variante approvata con voto bipartisan dal consiglio comunale di Lentini.
Ore 16 del 9 febbraio 2005. Presso gli uffici della Maltauro di Belpasso (dove l’impresa si avvia a concludere i lavori del centro commerciale Etnapolis), si riunisce il Cda della Scirumi. Il presidente, Mauro De Paoli, informa che “è in fase di definizione l’acquisto dei terreni siti in contrada Cappellina-Xirumi dalla Sater Società Agricola Turistica Etna Riviera” e che “sono andate a buon fine” anche le trattative per l’acquisto di 27 ettari “di proprietà del Dott. Mario Ciancio”. Ricevuta l’autorizzazione dal Consiglio alla stipula dei contratti, De Paoli si lancia di corsa in auto a Catania presso lo studio del notaio Vincenzo Ciancico dove firma con la Sater l’acquisto di 39 ettari di fondi “in stato di abbandono e colpiti da malsecco”.
Ciononostante la Scirumi s’impegna ad assicurare alla venditrice il “comodato gratuito sino al 31 dicembre 2008, con facoltà di coltivare e fare propri i frutti e le provvidenze”. La Sater? Una società con un capitale di 1.300.000 euro, 777.612 nella titolarità di Mario Ciancio e il resto alla moglie Valeria Guarnaccia e ai figli Domenico e Rosa Emanuela. Amministratore Sater l’anziano avvocato Francesco Garozzo, fedelissimo partner del cavaliere e padre di Carmelo Garozzo, membro del Cda della Scirumi.
Passano appena 48 ore e il presidente De Paoli acquista altri 28 ettari di contrada Cappellina-Xirumi direttamente da Mario Ciancio Sanfilippo. Il 22 giugno la Scirumi acquista altri 24 di terreni con due distinti atti di compravendita, il primo con la Sater e il secondo con l’editore. Complessivamente i Ciancio incassano quasi 10 miliardi e 800 milioni di vecchie lire. Soldi non sborsati direttamente dalla Scirumi che invece paga con il ricavato di un mutuo ipotecario contratto con il Banco San Paolo IMI (oggi Intesa-San Paolo), filiale di Catania.
Ma la lettura degli atti contrattuali riserva ben altre sorprese. Accanto ad appezzamenti acquistati dai Ciancio sin dagli anni ’50 e ’70 ce ne sono alcuni rilevati a fine anni ’90 ed altri addirittura tra il 25 ottobre 2004 e il 9 maggio 2005, tre mesi dopo cioè i primi trasferimenti a favore della Scirumi. Le proprietà del cavaliere sono pure gravate da ipoteche multimilionarie con il Banco di Sicilia e l’Irfis, l’Istituto Regionale per il Finanziamento alle Industrie in Sicilia recentemente trasformato in Irfis Mediocredito Spa, gruppo Capitalia.
Un’ipoteca per 24.470 euro risulta iscritta sin dal febbraio 1971 e rinnovata vent’anni dopo; altre tre (con l’Irfis) risalgono alla seconda metà degli anni ’80 (importo totale 3.260.000.000 lire).
Alla stipula dei quattro contratti di compravendita gli attori chiedono il “trattamento tributario agevolato disposto dall’articolo 60 della legge Regionale 26 marzo 2002 n. 2”. Di che si tratta? Un regalo di Cuffaro agli ultimi feudatari e latifondisti di Sicilia. Per gli atti riguardanti fondi agricoli, la legge regionale ha riconosciuto i benefici che altrove sono appannaggio della piccola proprietà contadina. Per la compravendita si applicano in fase di registrazione le imposte ipotecarie e catastali nella misura fissa di 168 euro, invece che proporzionalmente sul valore della compravendita (il 2%). Una legge con il paradosso di essere a tempo: la data ultima per beneficiarne il 31 dicembre 2006. Un provvidenziale risparmio ai danni dell’erario per Ciancio & soci. La Scirumi srl
Cinquantamila euro di capitale sociale, la Scirumi ha sede a Catania presso lo studio del professore Gaetano Siciliano, già presidente dell’ordine dei commercialisti ed odierno presidente del collegio dei revisori dei conti del Comune di Catania. Cognato del Procuratore aggiunto di Siracusa Giuseppe Toscano, Siciliano è pure amministratore del Riela Group, importante azienda di trasporto e distribuzione di beni di consumo alimentari. Per il megacomplesso dei militari di Sigonella, la Scirumi ha scelto tre progettisti di peso: l’architetto Matteo Zapparrata, capodipartimento della Provincia regionale di Catania, settore programmazione opere pubbliche; Antonio Leonardi, dirigente A.U.S.L. 3 di Catania e segretario provinciale dell’ordine degli Ingegneri; Rosario Garozzo, direttore generale del Comune di Adrano. Con quest’ultimo sono tre i Garozzo in gara per l’affare di Lentini. Francesco Garozzo, amministratore Sater, è pure amministratore della Nuova Scirumi, una srl costituita il 5 ottobre 2005.
Formalmente “inattiva”, la Nuova Scirumi ha un oggetto sociale “fotocopia” a quello della Scirumi e della Cappellina dei figli di Ciancio: “l’acquisto e/o la vendita di terreni agricoli e/o l’assunzione e la gestione della conduzione degli stessi, ecc.”
Antonio Mazzeo - Terrelibere.org / Centonove 23 febbraio 2007