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Saviani Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e
se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha
mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania
Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il
primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative
inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina
d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno
stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui,
difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha
paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che
fa. Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un
altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri
amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se
ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono
riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche
un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del
quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno
non ufficialmente, ed è contento di quel che fa. Anche oggi Pino ha
finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di
distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei
mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la
macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è
contento di quel che fa. Anche oggi Luca ha chiuso la porta della
redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più
di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E'
da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna
nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui
continua lo stesso, ed è contento di quel che fa. Ho messo i primi che mi
sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta
passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a
Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici
anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da
quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan
Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E
Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E... Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che
un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e
siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori
qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli
altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno
importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure,
almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali
viene da loro. Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra
sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo
chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa
ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di
metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo,
per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è
stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per
mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi
delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria
un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche
armata, vincente. * * * Ci sono tre cose precisissime che, in
quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo
accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè,
il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche
individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo
sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta",
"culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente,
"letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante,
primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non
è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il
nucleo della stessa notizia che si fa militanza. Nessuna di queste cose è
stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice
(folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su
Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo
elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto
fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo
sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo)
dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse
l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di
Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola. Le
"scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere
umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e
indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli
e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato)
sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel
momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi
linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di
Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso
strumentalizzata essa stessa. * * * Questa è la nostra solidarietà con
Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente
estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella
iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un
senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo
stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne
abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro
conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di
questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non -
poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta
una generazione. La Catena di San Libero n. 373
22 ottobre 2008
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"Parla, Santapaola!", "Zitto tu, Fava!"
di Riccardo Orioles,
martedì 14 ottobre 2008, www.ucuntu.org
Io, Vincenzo Santapaola, vi dico...". Uno degli ultimi contenuti de La Sicilia
di Catania, sotto forma di lettera, ma senza alcun intervento redazionale, è un
vero e proprio editoriale di un boss mafioso. Contemporaneamente, e da oltre un
anno, Ciancio vieta ai suoi cronisti di pubblicare dichiarazioni e notizie su
Claudio Fava. Un episodio gravissimo, che segna un punto di non-ritorno. E la
Magistratura? Ponzio. E l’Ordine dei Giornalisti? Pilato.
Il gravissimo episodio di Catania - un esponente mafioso che usa
il giornale di Ciancio per mandare i suoi messaggi - non ha suscitato le
risposte istituzionali che sarebbero state prontamente date in ogni altra
città.
1) La Procura di Catania, che da poco
ha sequestrato per inadempienze burocratiche un povero foglio locale ("Catania
Possibile") di denuncia, non ha ritenuto di intervenire sul ricco e potente
quotidiano che ha favoreggiato di fatto il clan Santapaola.
2) L’Ordine dei Giornalisti non ha
incredibilmente preso alcun provvedimento disciplinare - e quando , allora? -
nei confronti del favoreggiatore.
3) L’Associazione siciliana della
Stampa, che non è mai intervenuta in difesa di nessuno degli otto
giornalisti siciliani trucidati dai Santapaola e dagli altri mafiosi, non ha
avuto il coraggio di prendere adeguatamente posizione.
4) Il CdR de La Sicilia non ha
denunciato né ha contestato (com’era suo preciso dovere) l’operato del
direttore.
4) Non se n’è dissociato, nemmeno con tempestive dimissioni,
neanche il vicedirettore, che evidentemente giudica
incidente veniale la presenza di un Santapaola nel suo giornale.
5) Le forze politiche locali hanno
reagito con estrema fiacchezza all’episodio gravissimo, che ufficializza la
contiguità fra poteri e mafia (già vista in numerosi episodi: caso Avola,
censura dei necrologi Montana e Fava, scuse al boss Ercolano, ecc.) nel campo
dell’informazione.
Non è affatto una vicenda catanese. E’
nazionale. E’ l’esempio più estremo, ma che non resterà insuperato, della
catastrofe etica dell’informazione italiana.
Saviano, parlando di giornali collusi, ha avuto torto solo nel limitare i suoi
esempi alla Campania.
ACCOGLIAMO
E FACCIAMO NOSTRO L'APPELLO
Facciamo appello ai siti liberi locali, ai giovani che li animano
con tanta passione, a non lasciare impunita questa vergogna. A reagire
apertamente e duramente, e soprattutto tutti insieme. Urgente è la ripulsa
istintiva, etica, morale, nei confronti di quel "giornalismo" che insulta gli
Alfano, le Cutuli, i Mario Francese, i Giuseppe
Fava.
Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà a Claudio Fava, che i mafiosi intendevano uccidere, per la sua
attività di giornalista libero, nello stesso luogo in cui avevano già ucciso suo
padre; e nonostante questo, o forse proprio per questo, il suo nome oggi è tabù
sullo stesso giornale che pubblica i comunicati dei Santapaola.
Faccio appello infine, personalmente e da vecchio giornalista che
mai avrebbe immaginato un tale degrado della professione, ai colleghi Lorenzo Del Boca e Roberto Natale, Presidenti Nazionali del
nostro Ordine e del Sindacato:. Intervenite con tutti i vostri poteri su
Catania! Difendete la nostra professione! Non lasciate soli i giovani che, con
immensa generosità e a dispetto di tutto, qui impegnano le loro vite a fare un
giornalismo di cui non vi dobbiate vergognare. |
Catania: il foglio
"Catania Possibile"
...denunciato per violazione dell’art. 16
della Legge 47 del 1948 legge sulla "stampa clandestina". ... ci risiamo!!!
Abbiamo incontrato Marco Benanti qualche giorno
fa a Catania. Ci ha raccontato della vicenda sotto indicata e non possiamo dire
di essere stupiti dell'accaduto ma di essere avviliti per questo clima ...
questo sì, ci sentiamo di dirlo. Possibile che in questa Italia l'unico modo per
attaccare è quello della querela? L'Avv. Fiumefreddo immaginiamo conosca le vie
di intervento per difendersi da ciò che per lui è infamia, quindi perché non
limitarsi a denunciare i contenuti? Perché chiedere il sequestro di un giornale?
Non è nello spirito antimafioso. Almeno per noi non lo è. Segue comunicato di
Marco Benanti. Il 23 luglio scorso alcuni componenti della redazione
dell’Isola Possibile pubblicavano il numero zero di un nuovo settimanale
catanese, Catania Possibile. Pochi giorni dopo la pubblicazione, il giornale
veniva posto sotto sequestro, mentre il direttore responsabile e un redattore
ricevevano notifiche dall’ufficiale giudiziario e dalla Polizia giudiziaria. Che
diavolo era successo? “Casus belli” un servizio su un megaprogetto
imprenditoriale della società “La Tortuga”, di alcuni componenti della famiglia
Testa sulla scogliera di Ognina, noto borgo marinaro di Catania. Un progetto
contestato da alcuni residenti della zona, che la giustizia amministrativa ha,
per il momento, bloccato. A difendere, in sede penale, i Testa è l’avv. Antonio
Fiumefreddo. Accanto al servizio su Ognina e i Testa, si pubblica anche una
scheda che ricorda la variegata carriera politica dell’avv. Fiumefreddo. Dati
fattuali, nessuna falsità. Apriti cielo! L’avv. Fiumefreddo è, dall’aprile
del 2007, sovrintendente, in quota Mpa, del teatro Massimo “Bellini”, impegnato
anche in iniziative antimafia. Per cercare di capire, vi raccontiamo di
seguito la cronologia dei fatti. Lo facciamo con molta attenzione, perché c’è il
rischio che, se non stiamo attenti, ci cadano in testa altre
tegole. - 23
luglio: il giornale viene distribuito gratis in città e non viene consegnato
alle edicole perché l’idea è quella di fare un settimanale free press, e cioè un
giornale distribuito gratuitamente che dovrebbe sopravvivere con la pubblicità.
- Secondo
una pratica comune a Catania e non solo, il numero zero riportava la frase: In
attesa di registrazione. In altre parole, la testata non era ancora registrata,
lo sarebbe stata a partire dal primo numero, a settembre. - Il 25 luglio parte la richiesta
di sequestro ordinata da un PM, dietro denuncia dell’Avv. Fiumefreddo (nello
specifico per conto dei Testa). Motivazione: Violazione dell’art. 16 della Legge
47 del 1948 legge sulla "stampa clandestina". - 30 luglio: depositata nella cancelleria
del gip l’ordinanza di sequestro preventivo. - 4 agosto: notifica della Polizia
giudiziaria a Marco Benanti, direttore responsabile, e ad Alessandro Suizzo,
redattore di un articolo contestato. - 5 agosto: “Catania Possibile” presenta la
documentazione necessaria alla registrazione della testata in
tribunale. -
7 agosto: Benanti e Suizzo ricevono dall’ufficiale giudiziario una notifica
riguardo a un ricorso al Tribunale civile, presentato dall’avv. Fiumefreddo,
teso ad ottenere il ritiro di tutte le copie del giornale dal territorio di
Catania, in quanto esso contiene un articolo, a detta di Fiumefreddo,
diffamatorio nei confronti della sua persona. - 8 agosto: la testata viene regolarmente
registrata in Tribunale, malgrado l’opposizione dell’avv. Fiumefreddo.
- 11 agosto:
Catania Possibile presenta istanza di dissequestro. - 20/25 agosto: udienza d'urgenza
davanti al tribunale civile. -
26 agosto: udienza davanti al Tribunale del Riesame
per l’istanza di dissequestro del giornale (udienza rinviata al 18 settembre
prossimo) 27/08/2008 da http://www.ritaatria.it |
Chi è Ciancio Mario
Sanfilippo? Consideriamo un territorio e,
all’interno di questo territorio, guardiamo a tutti i mezzi di comunicazione che
vi operano. Di tutti i mezzi di comunicazione del territorio che stiamo
considerando, un solo uomo possiede tutte le televisioni (tutte), le due
emittenti radiofoniche più importanti, il quotidiano più letto (più parte degli
altri due quotidiani che escono in quel territorio), una casa editrice, la più
importante concessionaria per la raccolta pubblicitaria, due società per la
pubblicità su cartellonistica stradale. Il territorio di cui stiamo parlando
si chiama Sicilia. L’uomo è Mario Ciancio
Sanfilippo. Mario Ciancio Sanfilippo è nato a Catania il 29 maggio 1932 è figlio
dell’avvocato Natale, discendente dei Sanfilippo di Adrano, proprietario
terriero, è sposato, da cinquant’anni, con Valeria Guarnaccia, ha cinque figli,
quattro femmine e un maschio, Domenico, segretario di redazione a "La
Sicilia".
Nipote del fondatore del
quotidiano La Sicilia, si laurea in
giurisprudenza nel 1955 e due anni dopo diventa giornalista professionista. Dal 1967 è il direttore responsabile de La Sicilia e in passato è stato anche l'editore dell'Espresso sera. Negli anni ha costruito
un gruppo editoriale di dimensioni notevoli, che comprende i più importanti
mass media della Sicilia e una parte di quelli presenti in
altre regioni dell'Italia meridionale.
Ciancio Sanfilippo è proprietario delle
emittenti televisive Antenna Sicilia, Telecolor e Video3; le emittenti radiofoniche Radio Sis, Radio Telecolor e Radio Video3. Inoltre ha degli stretti
legami con i canali tv catanesi Telejonica e Rete8 e la messinese RTP; i quotidiani Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud e La Gazzetta del Mezzogiorno. Ha
inoltre partecipazioni in Mtv,
La7, Telecom, Tiscali e L'Espresso/Repubblica. Stampa e distribuisce in
Sicilia e nella provincia di Reggio Calabria i quotidiani
nazionali.
Della sua conduzione della testata e dei suoi
rapporti, mai dimostrati, con la criminalità organizzata, l'eurodeputato
Claudio Fava scrisse più volte, proponendo
accuse significative:
“La Sicilia cominciò a essere sempre
meno giornale e sempre più strumento politico: la città andava educata, le sue
energie imbrigliate. L’ansia della gente doveva trovare momenti di sfogo e di
legittimazione, mai di ribellione. Gli strumenti erano elementari. Una cronaca
nera poliziesca, mai capace di andare oltre il clichè della guerra fra bande. Un
dibattito culturale dedicato alla mortificazione d’ogni sintomo di dissenso e
riservato a interminabili querelle filologiche (ma esiste veramente la mafia? E
che cos’è la mafia? Che cosa vuol dire esattamente la parola mafia?). Un’analisi
politica prudente, ossequiosa con il Palazzo, cauta con i riformisti, sprezzante
con i residui d’opposizione. Per il resto, un assoluto, pervicace silenzio sulla
città, sui sintomi del suo decadimento, sui comitati d’affare, sulle nuove
gerarchie criminali. Tacere di mafia e di mafiosi, nella Catania di piombo
degli anni Ottanta, era un compito ingrato. Da autentici professionisti
dell’omissione. Eppure La Sicilia, al di là di ogni pudore, riuscì per molti
anni a sopprimere dai propri scritti la parola mafia: usata raramente, e solo
per riferirla a cronache di altre città, mai a Catania. Nell’Ottobre del 1982,
quando tutti i quotidiani italiani dedicheranno i loro titoli di testa
all’emissione dei primi mandati di cattura per la strage di via Carini, l’unico
giornale a non pubblicare il nome degli incriminati sarà La Sicilia. Un noto
boss, scriverà il quotidiano di Ciancio: Nitto Santapaola, spiegheranno tutti
gli altri giornali della nazione. Il nome del capomafia catanese resterà assente
dalle cronache della sua città per molti anni ancora: e se vi comparirà, sarà
solo per dare con dovuto risalto la notizia di una sua assoluzione.
O per
ricordarne, con compunto trafiletto, la morte del padre. […] (Tutto questo) con
risultati giornalisticamente grotteschi: i minorenni arrestati per uno scippo
finivano in cronaca con nome, cognome e foto; i luogotenenti di Santapaola
invece erano sempre “giovani incensurati”, il loro arresto maturava in
“circostanze poco chiare” […].”
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Ritratto della Scirumi srl, la società dai tanti
volti... Tra Lentini e Sigonella, Mario
Ciancio, agrumi e miliardi “Trattasi di opere
residenziali speciali, di rilevante interesse pubblico connesso alla difesa
militare ed a esigenze di sicurezza nazionale”. Così nella richiesta di variante
al piano regolatore generale che la Scirumi Srl di Catania presentava al Comune
di Lentini ottenendo in tempi record la trasformazione di 91 ettari di terreni
agricoli in aree “a zona residenziale” per ospitare oltre 6.800 cittadini
statunitensi della base militare di Sigonella. Costruzioni per 670.000 metri
cubi che cancelleranno una delle aree più suggestive della Piana di Catania,
sottoposta a vincolo paesaggistico ed archeologico. Un affare da 300 milioni
di euro seccamente smentito dal Comando della marina militare Usa e dal
ministero della difesa italiano ma che per la rilevanza dei suoi attori non può
essere certo una bufala speculativa. Dietro la società Scirumi, infatti, c’è la
Maltauro Costruzioni, una delle aziende più attive nel business delle grandi
opere, fermamente interessata all’appalto per trasformare l’aeroporto Dal Molin
di Vicenza nella più grande base dell’esercito americano in Europa. Ma c’è pure
la Cappellina di Catania, piccola srl di proprietà dei cinque figli del
cavaliere-editore Mario Ciancio Sanfilippo: Angela, Carla, Rosa Emanuela,
Natalia e Domenico. I figli, si dirà. Ma il ruolo del patron de La Sicilia
nel devastante programma è tutt’altro che secondario. E ad oggi, egli è l’unico
ad averci guadagnato con la variante approvata con voto bipartisan dal consiglio
comunale di Lentini. Ore 16 del 9 febbraio 2005. Presso gli uffici della
Maltauro di Belpasso (dove l’impresa si avvia a concludere i lavori del centro
commerciale Etnapolis), si riunisce il Cda della Scirumi. Il presidente, Mauro
De Paoli, informa che “è in fase di definizione l’acquisto dei terreni siti in
contrada Cappellina-Xirumi dalla Sater Società Agricola Turistica Etna Riviera”
e che “sono andate a buon fine” anche le trattative per l’acquisto di 27 ettari
“di proprietà del Dott. Mario Ciancio”. Ricevuta l’autorizzazione dal Consiglio
alla stipula dei contratti, De Paoli si lancia di corsa in auto a Catania presso
lo studio del notaio Vincenzo Ciancico dove firma con la Sater l’acquisto di 39
ettari di fondi “in stato di abbandono e colpiti da malsecco”. Ciononostante
la Scirumi s’impegna ad assicurare alla venditrice il “comodato gratuito sino al
31 dicembre 2008, con facoltà di coltivare e fare propri i frutti e le
provvidenze”. La Sater? Una società con un capitale di 1.300.000 euro, 777.612
nella titolarità di Mario Ciancio e il resto alla moglie Valeria Guarnaccia e ai
figli Domenico e Rosa Emanuela. Amministratore Sater l’anziano avvocato
Francesco Garozzo, fedelissimo partner del cavaliere e padre di Carmelo Garozzo,
membro del Cda della Scirumi. Passano appena 48 ore e il presidente De Paoli
acquista altri 28 ettari di contrada Cappellina-Xirumi direttamente da Mario
Ciancio Sanfilippo. Il 22 giugno la Scirumi acquista altri 24 di terreni con due
distinti atti di compravendita, il primo con la Sater e il secondo con
l’editore. Complessivamente i Ciancio incassano quasi 10 miliardi e 800 milioni
di vecchie lire. Soldi non sborsati direttamente dalla Scirumi che invece paga
con il ricavato di un mutuo ipotecario contratto con il Banco San Paolo IMI
(oggi Intesa-San Paolo), filiale di Catania. Ma la lettura degli atti
contrattuali riserva ben altre sorprese. Accanto ad appezzamenti acquistati dai
Ciancio sin dagli anni ’50 e ’70 ce ne sono alcuni rilevati a fine anni ’90 ed
altri addirittura tra il 25 ottobre 2004 e il 9 maggio 2005, tre mesi dopo cioè
i primi trasferimenti a favore della Scirumi. Le proprietà del cavaliere sono
pure gravate da ipoteche multimilionarie con il Banco di Sicilia e l’Irfis,
l’Istituto Regionale per il Finanziamento alle Industrie in Sicilia recentemente
trasformato in Irfis Mediocredito Spa, gruppo Capitalia. Un’ipoteca per
24.470 euro risulta iscritta sin dal febbraio 1971 e rinnovata vent’anni dopo;
altre tre (con l’Irfis) risalgono alla seconda metà degli anni ’80 (importo
totale 3.260.000.000 lire). Alla stipula dei quattro contratti di
compravendita gli attori chiedono il “trattamento tributario agevolato disposto
dall’articolo 60 della legge Regionale 26 marzo 2002 n. 2”. Di che si tratta? Un
regalo di Cuffaro agli ultimi feudatari e latifondisti di Sicilia. Per gli atti
riguardanti fondi agricoli, la legge regionale ha riconosciuto i benefici che
altrove sono appannaggio della piccola proprietà contadina. Per la compravendita
si applicano in fase di registrazione le imposte ipotecarie e catastali nella
misura fissa di 168 euro, invece che proporzionalmente sul valore della
compravendita (il 2%). Una legge con il paradosso di essere a tempo: la data
ultima per beneficiarne il 31 dicembre 2006. Un provvidenziale risparmio ai
danni dell’erario per Ciancio & soci. La Scirumi srl Cinquantamila euro
di capitale sociale, la Scirumi ha sede a Catania presso lo studio del
professore Gaetano Siciliano, già presidente dell’ordine dei commercialisti ed
odierno presidente del collegio dei revisori dei conti del Comune di Catania.
Cognato del Procuratore aggiunto di Siracusa Giuseppe Toscano, Siciliano è pure
amministratore del Riela Group, importante azienda di trasporto e distribuzione
di beni di consumo alimentari. Per il megacomplesso dei militari di Sigonella,
la Scirumi ha scelto tre progettisti di peso: l’architetto Matteo Zapparrata,
capodipartimento della Provincia regionale di Catania, settore programmazione
opere pubbliche; Antonio Leonardi, dirigente A.U.S.L. 3 di Catania e segretario
provinciale dell’ordine degli Ingegneri; Rosario Garozzo, direttore generale del
Comune di Adrano. Con quest’ultimo sono tre i Garozzo in gara per l’affare di
Lentini. Francesco Garozzo, amministratore Sater, è pure amministratore della
Nuova Scirumi, una srl costituita il 5 ottobre 2005. Formalmente “inattiva”,
la Nuova Scirumi ha un oggetto sociale “fotocopia” a quello della Scirumi e
della Cappellina dei figli di Ciancio: “l’acquisto e/o la vendita di terreni
agricoli e/o l’assunzione e la gestione della conduzione degli stessi,
ecc.” Antonio Mazzeo - Terrelibere.org /
Centonove 23 febbraio 2007 |
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