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HANNO DISTRUTTO ANCHE LE MACERIE

IL CRAK DI CATANIA

          Il dissesto del comune di Catania è un 'altra storia di ordinaria disinformazione.
Ma è anche una storia di ordinaria anomalia dell'Italia.

Catania è stata governata per due legislature dal farmacologo e medico personale di Berlusconi:  Scapagnini. Quello che definì il Berluska "tecnicamente immortale".

Una frase del genere, per idiozia e piaggeria, ne avrebbe fatto uno zimbello in qualunque paese.   
In  Italia diventa sindaco di una città che conta un milione di abitanti, sesta del paese. Scapagnini governa la città dal 2000 al 2008.
Al termine del primo mandato, quando la situazione economica di Catania è già  sull'orlo del disastro come tutti sanno, i cittadini invece di cacciarlo lo rieleggono.

Nel frattempo la situazione diventa più pesante, è già chiaro che la città è destinata al fallimento.

Nel 2008 il governatore Cuffaro dovrebbe trovarsi nell'incomoda posizione di dichiararne il dissesto ed il conseguente scioglimento del consiglio.

Ma Cuffaro ha il suo bel da fare, viene condannato a 5 anni ed all'interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio. Si dimette solo dopo una indigesta abboffata di cannoli. Vengono indette le elezioni sia Regionali che Nazionali. Sia Cuffaro che Scapagnini si candidano al senato, e vengono eletti. Scapagnini in pratica se la squaglia per non accollarsi la responsabilità tutta sua di aver distrutto una città.
Scapagnini a Catania bissa il
crack di Taranto, città  pure  guidata dalla destra.

Il 2 maggio 2008 viene condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per irregolarità nella concessione di contributi previdenziali da parte del Comune ai dipendenti per i danni da 'cenere nera' dell'Etna, 3 giorni prima delle elezioni comunali del 2005 che lo videro vincitore.

Nel Luglio dello stesso anno risulta indagato, assieme ad altri 40 funzionari comunali, per il buco di bilancio creato durante i suoi 8 anni di amministrazione

Così muore Catania. Di disastri

Interessa a qualcuno l’agonia della nona città d’Italia? Catania è lontana, Catania è alle porte dell’Africa, Catania non è più la piccola patria di Verga e di Ettore Majorana, però potrebbe essere per molti comuni l’anticipazione di un prossimo futuro.
A Catania interi quartieri restano la sera al buio perché il debito del Comune nei confronti dell’Enel è diventato una cifra impagabile. Da settimane le luci sono spente pure a piazza Esposizione, dove sorgono il palazzo di giustizia e il principale albergo cittadino. Forse a causa della mancanza di fondi, i vigili urbani sono quasi spariti dalla vista: di conseguenza i centauri hanno ripreso l’abitudine di guidare senza casco; gli automobilisti, nella caccia ai pochi spazi lasciati liberi dalla società che ha in appalto le strisce blu e le strisce gialle, parcheggiano anche in terza fila; i marciapiedi vengono adibiti a posteggio di ogni veicolo. Al calar delle tenebre la sensazione di abbandono stringe il cuore: le vie dei quartieri più antichi sono occupate dai bracieri e dalle graticole dei venditori di carne di cavallo: trionfa la tradizione millenaria dell’«arrusti e mangia», però il fumo rende l’aria irrespirabile, annebbia la vista e infastidisce gli abitanti dei palazzi prospicienti. I cumuli di spazzatura hanno raggiunto livelli napoletani, ma in assenza di riprese televisive l’emergenza non esiste. Le vecchie e famose strade attorno a piazza Duomo ospitano bivacchi multirazziali nell’indifferenza di quanti dovrebbero preoccuparsene. Usare la bicicletta e a volte persino i motorini rappresenta una sfida al destino: l’asfalto è un susseguirsi di buche e di dossi. L’ex sindaco Scapagnini aveva inventato la macchina tappabuchi, un furgoncino con il bitume da applicare per rattoppi alla buona, che al massimo resistevano quarantott’ore: adesso, oltre all’inventore, è sparita financo l’invenzione.
Eppure Catania è la città di Lombardo, molto attento a presentarsi come l’uomo forte della Sicilia, oltre che il governatore della regione (nella realtà è il vice del viceré, Cuffaro). Lombardo è stato l’azionista di maggioranza delle due giunte rette da Scapagnini, il peggior sindaco dai tempi di Ulisse e Polifemo, un napoletano furbo e seducente, capace d’irretire persino i catanesi, intimamente convinti di essere gli sperti e malandrini per eccellenza. La sua fortuna politica deriva dall’abilità di alchimista: prima del viagra preparava pozioni magiche per Berlusconi e la sua cerchia di sessantenni in tiro. Così Scapagnini conquistò la stima e la fiducia del Cavaliere impettito. Catania gli si è data con voluttà ricevendo in cambio una tale valanga di annunci e di promesse al cui confronto Mosè che apriva il Mar Rosso sembrava un dilettante allo sbaraglio. Purtroppo i risultati sono stati scarsi assai con l’aggiunta del triste primato della ragazza annegata per strada sotto un acquazzone, quando le vie si trasformano in torrenti impazziti. Malgrado i poteri e le centinaia di milioni di euro riversati dal governo su Scapagnini fra il 2003 e il 2007, le casse comunali sono sprofondate in una voragine di debiti: 700 milioni di euro secondo gli ottimisti, oltre un miliardo secondo i pessimisti.
Le responsabilità del centrodestra sono dunque enormi, ma quelle del centrosinistra non sono inferiori. L’opposizione è sparita, s’intravede solo in qualche spartizione di seggiolini. Alle elezioni nazionali Veltroni pensò bene di presentare una serie di sconosciuti paracadutati da ogni regione d’Italia; alle elezioni regionali la Finocchiaro è scappata il giorno dopo la più dura batosta di sempre. Non è un caso che alle comunali di giugno Bianco e Fava, campioni del centrosinistra e della sinistra, si siano dovuti accontentare delle briciole. Oltre alla propria insussistenza, i due malcapitati hanno pagato il masochismo degli elettori sublimatosi nella scelta, quale sindaco, di un intimo di Lombardo, l’avvocato Stancanelli, mirabile esempio di eclettismo politico: senatore del Popolo delle Libertà in quota An, è stato imposto al suo stesso partito dal potente principale.
Stancanelli simboleggia l’espressione più compiuta della micidiale rete tessuta dal malinconico «ammazzapatri» - nomignolo che Lombardo divide con i concittadini di Grammichele - avanti di dedicarsi alle patetiche sparate contro Garibaldi, i Mille, l’Unità d’Italia. Nella prima intervista al quotidiano locale, La Sicilia, Stancanelli ha annunciato che la città è sull’orlo del disastro, ma non ha indicato i colpevoli. Ovviamente si riferiva a Garibaldi, ai Mille, all’Unità d’Italia

di Alfio Caruso sulla Stampa 30/08/08

 

Catania è tutta un buco

Municipio in bancarotta, senza più soldi per la luce. Cantieri incompiuti ovunque. Opere inaugurate e abbandonate.

Vita di una città con l'acqua alla gola

Uno squarcio lungo 508 metri e largo 176, nel cuore della città. Terriccio sbancato cinquant'anni fa, palizzate cadenti, arbusti rinsecchiti, e in mezzo al buco le ultime tre baracche di rom rimaste dopo lo sgombero. Ora pare davvero che ci metteranno mano, alla ricostruzione di Corso Martiri della libertà. Ma 'il cratere', come lo chiamano, è così da quando, 35 anni fa, il ricorso di un ingegnere bloccò a metà l'orrenda cementificazione con cui Istica, allora società di emanazione vaticana, aveva spianato e rifatto l'intero corso Sicilia. Desolante immagine di una città vitale ma inconcludente. Bellissima nel suo barocco settecentesco ma all'abbandono. Fiera della sua movida notturna e delle famiglie a spasso fino alle ore piccole a ingollare granite di mandorla, orgogliosamente indicate persino dalla ragazza del trenino per turisti; ma incapace di portare a termine alcunché. Lavori fermi, vite sospese, inaugurazioni fasulle, soldi al vento, questa è Catania. E casse vuote: il neosindaco Raffaele Stancanelli, di An ma legatissimo al presidente della Regione Raffaele Lombardo "fin dai tempi in cui eravamo compagni di banco ai Salesiani", si ritrova sulle spalle il mostruoso buco finanziario, specchio di quello fisico di corso Martiri, accumulato nei sei anni di gestione dell'ex-sindaco Umberto Scapagnini, il medico di Berlusconi ora senatore di Forza Italia.
La fotografia che Stancanelli fa della sua città è impietosa: "Abbiamo debiti per novecento milioni di euro, mezza Catania è al buio perché dobbiamo 16 milioni alla società che gestisce l'erogazione, i fornitori aspettano 140 milioni, le cooperative che assistono anziani e malati non pagano gli stipendi da mesi. E i debiti fuori bilancio neanche sappiamo a quanto ammontano. Nel disastro c'è di buono che non mi si può ricattare: i soldi sono finiti, non ce n'è per nessuno!". Spera di salvarsi trattando con la Cassa depositi e prestiti l'allungamento della restituzione del debito, tagliando 18 milioni di rate all'anno: ci sarebbero due istituti di crediti pronti a rifinanziare, Hsh e Banca di Scozia. Sempre che Tremonti non gli faccia lo sgambetto. Sennò il Comune dovrà dichiarare il dissesto, i fornitori saranno pagati al 30 per cento, duecento aziende falliranno, le addizionali locali saliranno alle stelle. E Catania sprofonderà peggio che sotto l'eruzione del 1669.

 Da senatore non s'è dimesso, Stancanelli: "Ma se appena insediato mi hanno iscritto nel registro degli indagati per occupazione abusiva di suolo demaniale!". Vero. Alla prima uscita pubblica aveva inaugurato il solarium, grande piattaforma in legno sul lungomare, fatta perché i catanesi si godessero i bagni, senza ingolfarsi in un traffico infernale per arrivare fino a Plaja. Per una settimana ci si sono stipate duemila persone al giorno, incuranti, come l'amministrazione che li ha messi, dei due cartelli a lato che recitano uno 'divieto di balneazione' e l'altro 'attenzione, non ci sono bagnini'. Poi è arrivata la Guardia costiera che ha chiuso e sequestrato il solarium fuorilegge: e adesso se appena t'azzardi a oltrepassare il nastro che lo circonda ti blocca uno dei 540 vigili in forza al Comune: per la cronaca, 5 semplici e 535 ispettori. Così si campa, in una città con l'acqua alla gola.
È il regno dell'una tantum. Nel senso che, come il solarium, le cose si usano una volta e via. È penoso ficcare il naso nel teatro di viale Moncada al quartiere Librino: struttura modernissima, la inaugurarono dieci anni fa, ci fecero una rappresentazione il primo Natale, poi fine dei giochi e delle recite. Ora lì dentro, in quelli che erano i camerini ormai senza infissi, ci smantellano i motorini rubati, e un puzzo ti prende alla gola perché ci bruciano i fili elettrici per liberarli dalla plastica e vendersi il rame. Ma il muraglione di palazzi del Librino è così, quasi una incontrollabile deformazione umana dell'algido piano architettonico disegnato da Kenzo Tange nei primi anni settanta: come Secondigliano a Napoli, come lo Zen a Palermo. "Lo vede? Venti milioni di euro sono costati quel palasport e quella villa coi campi di calcio. Crede che mio figlio ci abbia mai potuto mettere piede?", indica Armando Battaglia, lavoratore sull'autostrada e sindacalista. All'altro lato della strada, sul marciapiede del famigerato Palazzo di cemento, stazionano spacciatori in passamontagna, e sono le 11 di mattina. Ma quando con un minimo di circospezione chiedi ai ragazzi del posto qualche dritta per aggiornare lo schemino delle cosche, i Santapaola e i Laudani, i sottoclan, le spartizioni, le guerre e le tregue, il ventiquattrenne Totò ti guarda col sopracciglio all'insù e ti dice: "Scusa, ma perché dovrei mettermi a spacciare quando posso aiutare un politico e poi candidarmi alle prossime elezioni per la circoscrizione, che se mi va dritta arrivo in Comune, e se mi va storta un posto comunque quelli prima o poi me lo danno?"

 Ecco la politica, l'amministrazione, a Catania. Del tutto assente quanto ai servizi che dà a cittadini abituati a farne a meno. Onnipresente e pervasiva come rete di sottolavori, mance, piccoli scambi preelettorali, luccichìo di ipotetiche chance personali, imbuto obbligato di aspirazioni e speranze. Tutto dipende da quello che il politico ti lascia o non ti lascia fare: come le centinaia di bancarelle abusive che ogni martedì circondano la caserma dei vigili e la sede della municipalità del Librino, dove Scapagnini lo acclamavano perché non mandava mai un controllo e non lasciava aprire neanche un piccolo supermercato.
C'è un'altra Catania? Forse. Ma debole, incerta, comunque dipendente e penalizzata dalla politica: come la libreria caffetteria Tertulia di fianco al Teatro Massimo, punto d'incontro di fotografi, giovani artisti, ragazzi che suonano, cineasti di belle speranze tutti presi a organizzare una rassegna di cortometraggi per settembre, e buone forchette: "Fino a due anni fa avevamo una serata jazz ogni mercoledì", raccontano il libraio Ciccio Distefano e il giovane ristoratore Giovanni Pistritto: "poi il Comune ha smesso di fare teatro e concerti in piazza, e s'è spento anche il resto. Ora c'è un po' di ripresa. Vedremo".
Oppure sta, l'altra Catania, sulla carta. Nei grandi progetti, legati anch'essi a doppio filo alla politica, da questa dipendenti e insieme pesantemente in grado di orientarla e manovrarla. Il clou è il cratere di corso Martiri descritto all'inizio. Dove stanno per edificare 400 mila metri cubi, 5 a metro quadro: non pochi, ma meglio dei 18 dei palazzacci di corso Sicilia. Di verde a Catania c'è solo il lussureggiante giardino settecentesco di Villa Bellini, in ristrutturazione da tre anni: perché nel cratere non ci fanno invece Central park? "Creda, non c'è catanese che non abbia fantasticato su cosa farci: foresta urbana di sequoie, bambinopoli, ripristino delle case chiuse che qui imperavano quand'ero ragazzino e mio padre non mi ci faceva neanche avvicinare. Ma altre sono le logiche di rinascita di una città": Aldo Palmeri, sessant'anni e una storia da amministratore delegato Benetton, privatizzatore della Centrale del latte di Roma con Rutelli sindaco, liquidatore della Gepi che trasformò in Itainvest, consulente con una sua 'boutique finanziaria', è da febbraio amministratore delegato di Istica e Cecos, del costruttore romano Alessandro Parnasi che rilevò l'area quando la società vaticana fallì. "Il nostro", rivendica, "è un intervento di alto profilo, mica una volgare lottizzazione! Rilancerà l'intero quartiere circostante di San Berillo, darà lavoro a sei-ottomila addetti fino al 2014, doterà la città di strutture come il nuovo mercato coperto, la Questura (ma il ministero degli Interni ne pagherà l'affitto, ndr.), 37 mila metri quadri di verde pubblico e altrettanti di parcheggio pubblico sotterraneo a due piani. E farà da volano per il recupero del waterfront. L'intera Catania cambierà volto!".
Il planivolumetrico è pronto, e l'architetto Massimiliano Fuksas è all'opera per stendere sia il masterplan dell'area, completamente pedonalizzata, sia il progetto del mercato, che cancellerà l'attuale baraonda di bancarelle nella vicina piazza Carlo Alberto: "Caratteristico? Ma è una schifezza, un covo di illegalità. Diventerà il nostro Campo dei fiori!", dice Palmeri. La scuola esistente verrà abbattuta, dicono che gli studenti sono in calo. Improbabile anche la chiesa sul terreno della Curia: pare preferiscano monetizzare. Previsti un grande mall commerciale di lusso, un albergo a 5 stelle, un teatro. Per un quarto del totale si farà edilizia residenziale.
Costruttori gli altri due gruppi che gestiscono il business: Eurocostruzioni di Giuseppe Garraffo, imprenditore catanese; e Risanamento San Berillo, società del consorzio Uniter che ha mille dipendenti in tutta Italia, e per figure chiave Mimmo Costanzo, ex assessore di centrosinistra con Bianco, e Santo Campione, ex uomo di fiducia di Mario Rendo, negli anni Ottanta uno dei Quattro Cavalieri di Catania. Se si aggiungono l'altro grande costruttore catanese Ennio Virlinzi e Mario Ciancio Sanfilippo, editore de 'La Sicilia' e di due tv, si ha la mappa del nuovo potere economico catanese. Ciancio, poi, è uno che deve avere la sfera di cristallo, se quasi tutti i terreni da lui acquistati come agricoli riesce poi a rivenderli come edificabili una volta approvati progetti di centri commerciali, ospedali, residence. Ciancio e Virlinzi entreranno nel business di corso Martiri? "Vedremo più in là", risponde suadente Palmeri. Intanto comprano nel circostante quartiere San Berillo. Dove i prezzi salgono a vista d'occhio. Anche quell'area è tutta da risanare e recuperare. È il business prossimo venturo.

di Roberto Di Caro ha collaborato Antonio Condorelli da L'Espresso 05/08/08