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MA QUANTO CI COSTANO?

 

OMERTA' ISTITUZIONALE ED AMMINISTRATIVA

E’ proprio così. La Regione Siciliana nel suo complesso di istituzioni ha ufficializzato la sua ultradecennale insipienza e lontananza dalla realtà del paese e dal sistema di democrazia entro cui si richiama, nella totale assenza di trasparenza.

Gli sprechi di denaro pubblico si manifestano fino ai più alti livelli delle istituzioni siciliane senza alcuna esclusione tra Assemblea e Giunta  regionale e determinano situazioni di clientelarismo ed assistenzialismo che non hanno eguali nel mondo occidentale.

Ogni tanto si legge di qualche deputato che contesta questo sistema ma alla fine non solo non cambia niente, ma addirittura la contestazione viene assorbita dal sistema, compreso il deputato colpevole di “innovazioni di trasparenza”. Ogni tanto scopriamo che figli e parenti di deputati regionali e nazionali sono dipendenti a vario titolo di enti pubblici o hanno incarichi di consulenza vari, ma poi, passata la notizia, tutto ritorna come e più di prima.

Si legge in questi giorni delle esternazioni tardive, e quindi poco credibili, dell’ex Presidente della Commissione Trasparenza della Regione Siciliana, Lino Buscemi che, in una intervista al quotidiano LIBERO, ha accusato l’establishment siciliano di aver ostacolato la Commissione nella precedente legislatura e di non aver alcuna fretta per ricostituirla.

Buscemi afferma che la Commissione “aveva messo in luce molti punti critici dell’amministrazione regionale, puntando il dito sull’inefficienza della burocrazia e sugli sprechi esistenti in tante attività legate alla Regione, molte delle quali sono tenute in vita nonostante siano prive di utilità“.

Cose che da decenni sono denunciate dai cittadini ed in alcuni casi oggetto di inchieste giudiziarie ,  che ritornano con regolarità nelle cronache regionali senza possibilità di soluzione.

Tra le novità più importanti che la Commissione aveva istituito: l’anagrafe dei dipendenti e la pubblicazione dei loro redditi che secondo Buscemi è stata fatta fallire perché soltanto 50 dipendenti su oltre 21 mila presentarono la loro dichiarazione dei redditi, nell’indifferenza generale della classe politica preoccupata forse di dover rendere conto, dopo dei loro dipendenti, dei loro privilegi e dei loro redditi.

In un sistema dove al cittadino non è dato di sapere quanto si spende in carta igienica a Palazzo Reale e quali privilegi possono godere i signori deputati oltre il loro lauto stipendio, paragonato a quello di un senatore della Repubblica, parlare di trasparenza appare come una bestemmia.

Basta rileggere i contenuti del Regolamento “dei divieti” all’accesso degli atti, varato dagli appartenenti al secondo più antico parlamento d’Europa qualche settimana fa, per avere conferma del fatto che il “sistema istituzionale” siciliano è un sistema chiuso,  teocratico, dove ognuno sembra avere interesse a mantenerlo sotto una coltra nebbia grigia.

Una teocrazia “siciliana” dove ognuno, in ogni  ”settore della burocrazia”, sembra avere un proprio referente a cui rispondere e da cui dipendere. E come tutte le teocrazie, il sistema siciliano, appare concepito in antitesi alla democrazia che fonda la sua legittimità per volere del popolo a cui deve rispondere dei suoi atti ed a cui deve dimostrare rispetto e trasparenza.

In questo periodo la Regione Siciliana, non la Sicilia,  è “giustamente” sotto i riflettori dei media nazionali che denunciano scandali in continuazione, senza però che “foglia si muova” perché il tutto verrà insabbiato e metabolizzato dal sistema di omertà istituzionale ed amministrativa.

Ma siamo sicuri che passata la festa, sarà “gabbatu lu santu“. Ovvero, passata l’ondata di indignazione il tutto verrà dimenticato anche da quei quotidiani che hanno sollevato i casi. Rimarranno in pochi, inascoltati ed isolati, a continuare a denunciare sprechi e privilegi in Sicilia.

In questi giorni è in atto la più grande operazione di “risanamento” della sanità siciliana ma per coprire sprechi, incapacità, fatti e misfatti del sistema e le bancarotte di Palermo e Catania si tagliano fondi e servizi ai cittadini e, nel frattempo, si scopre che nel libro paga del comune di Palermo, aziende municipalizziate incluse, vi sarebbero oltre 21 mila dipendenti, più di quanti ne conta l’elefante regionale che ne annovera 21.304, quanto cinque regioni del nord messe assieme!

I Siciliani pagano i ticket sanitari mediamente il 150% in più di quanto pagano i cittadini nelle altre regioni e, sotto il silenzio generale, nel 2006 Cuffaro ha disposto l’aumento dell’addizionale regionale di quasi il 100% rispetto all’anno prima; malgrado ciò, mentre oggi si taglia nella sanità e si stabilisce di ridurre di oltre 5 mila posti la ricettività degli ospedali siciliani, ai signori deputati non rieletti nella recente consultazione terminata anzitempo per le dimissioni di Cuffaro, e che non avevano maturato il diritto alla pensione,  è stata riconosciuta l’indennità di aggiornamento culturale e politico: una sorta di vergognosa “cassa integrazione”   per la casta politica siciliana.

Un sostanzioso contributo al povero deputato non rieletto … in attesa di rientrare in Parlamento o di ottenere qualche poltrona di potere.

L’Isola del tesoro ha una assemblea regionale che sembra un’idrovora e ingoia giornalmente quasi 500 mila euro, pari  a oltre 165 milioni di euro l’anno in stipendi per deputati che percepiscono ognuno, 145 mila euro di stipendio. A questa somma vanno aggiunti alcuni benefit: viaggi e trasferte che contribuiscono a far lievitare il costo della politica in Sicilia per quasi 3 milioni, mentre sono 5 i milioni a disposizione dei deputati per studio, ricerca, consulenza e documentazione.  Dove mettere le auto blu che a Palermo e nell’Isola scorazzano con tanto di fanale blu che per legge può essere utilizzato da determinate autorità e solo per un limitato periodo? Cosa studieranno poi non è dato di sapere visti i modesti risultati che si evidenziano nell’amministrazione dell’Isola. Non è raro ascoltare deputati che parlando dello Statuto dimostrano di non conoscerlo. E stiamo parlando della Carta costituzionale siciliana!

Comuqne, rimarranno sprechi e privilegi e quindi, risanato il bilancio della sanità e non certamente quello della regione, si ricomincerà a produrre deficit e disservizi, assistenzialismo, accompagnato da una buona dose di parentopoli.

Il fatto che un deputato, sia esso nazionale o regionale, venga riconosciuto un assegno pensionistico per l’attività di rappresentante del popolo lautamente retribuita mentre continua a svolgere la propria professione (ndr.: l’avv. Bongiorno che fa il deputato e anche l’avvocato ne è una dimostrazione attuale), è dimostrativo di come la politica sia arrivata ad un punto di indecenza tale da far impallidire anche i maestri della truffa e del crimine.
Ai dipendenti pubblici e privati eletti, viene riconosciuta la progressione della carriera e il diritto alla pensione perché i contributi li paga lo stato. Quindi, doppia pensione, come i sindacati. Una vergogna tipicamente italiana che ha avuto il culmine dell’indecenza nel 1983 con Arturo Guatelli, candidato per la Dc in Lombardia e risultato primo dei non eletti. Nel maggio di quell’anno infati,
subito dopo lo scioglimento delle Camere, morì il presidente democristiano del Senato Tommaso Morlino e  lui fu chiamato a subentrargli. Risultato: Guatelli  scoprì che, pur senza aver partecipato a una sola seduta di lavori parlamentari, pagando una ventina di milioni di contributi avrebbe ricevuto, a partire dal sessantesimo compleanno, una rendita mensile di poco più di tre milioni netti. Detto fatto. Guatelli è uno dei tanti che percepiscono una pensione senza aver mai messo piede in Parlamento. Bene ha fatto, in quanto le leggi della casta glielo hanno permesso e lui ne ha approfittato. Cosa è cambiato da quel lontano 1983? Tanto. Sono aumentati a dismisura privilegi, stipendi,  pensioni della casta e più in generale i costi della politica e del pianeta che vive ai margini di essa.

E i sindacati?  Un’altra casta chiusa dove privilegi e sprechi non mancano certo.

Cambierà qualcosa? Difficile. Perché se il sistema Sicilia esiste è perché esiste il sistema Italia, il sistema Italia esiste perché c’è il sistema sindacale, e tutti e tre esistono perché esistono le lobby finanziarie, politiche, del cemento, delle banche, delle assicurazioni, dei notai, degli avvocati, dei baroni della sanità, dei petrolieri, etc.

In estrema sintesi: il sistema Italia non p altro che una babele di caste e lobby che sono collegate tra di loro e la cui interazione produce linfa vitale per la loro esistenza. Il tutto, rigorosamente nel rispetto delle … leggi dello stato.

Ciò che accade in Sicilia non è solo colpa dei siciliani che fanno fatica a cambiare il loro modo di pensare e di operare, è colpa essenzialmente della “generosità” romana che contribuisce a mantenere in efficienza il sistema siciliano, oliandolo continuamente con copiose immissioni di denaro pubblico nelle casse regionali.

Un solo esempio a dimostrare che difficilmente cambierà qualcosa: si parla tanto degli oltre 300 milioni di euro che la Regione Siciliana spende annualmente per i corsi di formazione professionali, che non servono assolutamente a nessuno se non a mantenere in vita il sistema di clientelismo regionale, eppure, come se nulla fosse, malgrado lo scandalo sia scoppiato anche sui quotidiani nazionali, continuano ad essere finanziati senza battere ciglio.

In questa allarmante situazione istituzionale come dare torto a Bossi ed alla Lega Nord?

Ci sono molte analogie sociali ed economiche tra l’attuale situazione siciliana e quella del periodo precedente alla Rivoluzione francese, ma i politici siciliani, come allora i monarchici francesi e il re Luigi XVI, non si accorgono che stanno portando la Sicilia al punto di non ritorno. Fidano, forse, sul fatto che a differenza del periodo rivoluzionario francese, la casta politica si sta “adoperando” per la cancellazione di quella media borghesia che fu determinante per la lotta contro la monarchia in Francia.

Esisteranno solo i ricchi, cioè la casta dominante,  e i poveri,  i lavoratori che pagano le tasse. Chissà se nei loro pensieri c’è anche l’istituzione del gabelliere e del fustigatore.

Noi siciliani si sa siamo fatalisti, ma forse anche noi un giorno guariremo da questa persistente abulia che ci ha colpito oltre un secolo fa.

da Osservatorio Sicilia

Quello “stipendificio” chiamato Regione Sicilia

A Sud’Europa, rivista del Centro Studi Pio La Torre ha pubblicato un interessantissimo dossier

sull’insieme delle spese per personale e consulenze della Regione.

 

La ricerca effettuata dalla rivista A Sud’Europa del Centro Studi Pio La Torre è ricca di dati e di tabelle da cui emergono alcuni fatti di sicuro rimarco.

Proviamoli a sintetizzare.

*Punto primo – Nel corso dell’esercizio finanziario del 2006 la Regione ha speso ben 574.002.253,61 milioni di euro a cui vanno aggiunti circa 18 milioni di bonus dirigenziali e 69 milioni per i contratti dei dipendenti a tempo determinato.

*Punto secondo – L’Assessorato che fa la parte del leone è quello dell’Agricoltura con 167 milioni di euro di spese per quanto riguarda gli stipendi. Il più parco è quello dell’Industria (appena 9 milioni!).

*Punto terzo – Per gli straordinari, ossia “la parte variabile della retribuzione”, la Regione spende circa 67 milioni di euro con ancora l’Assessorato all’Agricoltura che si colloca al primo posto come indice di spesa: ben 12 milioni di euro.

*Punto quarto –  La Regione per viaggi spende circa 435.000 euro e per missioni 8 milioni circa.

*Punto quinto – Ogni anno si spendono circa 25 milioni di euro per il c.d. “contenzioso” e due milioni per spese postali.

*Punto sesto – Stranamente molti progetti sociali come l’aiuto alle donne i difficoltà oppure gli sportelli informa giovani sono stati decurtati a zero.

*Punto settimo – La Regione su una previsione di spese per la lotta alla Mafia di 625.000 euro ne ha spesi, in realtà, solo 400.000!

*Punto ottavo – Le spese per gli oramai decotti Consorzi di bonifica assommano una spesa di 70 milioni annui, mentre il Dipartimento alla formazione professionale ben 43 milioni di euro.

*Punto nono – La Regione spende 80 milioni di euro per riscuotere tributi a fronte di più di un miliardo di euro che dovrebbe realmente incassare.

*Punto decimo – Per lo studio del territorio la Regione spende poco più di 400.000 euro, all’opposto si spendono quasi 36 milioni per sostenere le attività dell’Ast.

*Punto undicesimo – Le consulenze e gli uffici stampa ci costano più di due miliori di euro annui.

*Punto dodicesimo – Le privatizzazioni di ben 44 aziende hanno permesso l’incasso di appena 283 milioni di euro.

Al fine di fornire più dati di analisi e riflessione ho pensato di riportare in toto i capitoli dedicati al giudizio espresso dalla Corte dei Conti – Sezione Sicilia sulla spesa sanitaria e sulla spesa del personale.

*A) La spesa sanitaria:

La spesa sanitaria regionale costa ad ogni siciliano 1.514 euro all’anno. Complessivamente, quindi, occorrono oltre 7 miliardi di euro. Una cifra che è di oltre sette volte superiore a quella che occorre per retribuire gli oltre 20 mila dipendenti regionali, dirigenti inclusi. Complessivamente la tendenza dei conti pubblici regionali «preoccupa» i magistrati della Corte dei Conti.

Sono pochi i segni positivi nel rendiconto generale per l’esercizio finanziario 2006, firmato dal presidente della sezione Sicilia Maurizio Meloni. Il principale differenziale con il segno “più” è quello che si riferisce al “risparmio pubblico” (entrate meno spese correnti), che ha realizzato un risultato positivo pari a 165 milioni di euro. Un dato che perde la sua sfumatura ottimistica se paragonato al + 465 milioni del 2005. Tra i differenziali negativi che suscitano maggiore allarme nell’analisi della Corte dei Conti ci sono il “saldo netto da finanziare” (disavanzo di bilancio relativo all’esercizio analizzato) e il “ricorso al mercato” (dato che indica l’indebitamento complessivo), che hanno registrato rispettivamente -760 e -1.189 milioni di euro. L’analisi dei dati essenziali rilevati dal rendiconto generale 2006 mette in evidenza croci e delizie dell’amministrazione regionale. La Regione, tra gli altri, mette a segno un avanzo di amministrazione pari a 9,29 miliardi (+345 milioni rispetto all’anno precedente); un incremento delle entrate accertate (+5,46%, passate da 16,8 a 17,7 miliardi, sostenute da quelle in conto capitale e dalle una tantum); e un’eccedenza attiva patrimoniale di 4,6 miliardi (+3,2 milioni rispetto al 2005).

Segno “più”, ma con un sapore tutt’altro che positivo, anche nelle “entrate correnti per accensione di prestiti”, passate da 8 a 620 milioni di euro, con un aumento record pari al 7.650%. Il segno negativo si lega alle entrate correnti accertate (-1,58%) e ai residui attivi (-10,5%). Le spese (correnti ed in conto capitale) continuano ad essere maggiori rispetto alle entrate finali. Nel 2006 il saldo netto da finanziare è risultato pari a -877 milioni di euro. Nonostante il dato rimanga negativo, però, il “Giudizio di parificazione” della Corte dei Conti evidenzia che «si tratta di un saldo migliore» rispetto al -1,02 miliardi del 2005.

«Preoccupazione» è stata espressa anche per l’uso delle “variazioni allo scoperto” per ripianare il disavanzo complessivo, che nel 2006 hanno toccato quota 500 milioni di euro. Secondo la Corte è necessario un «ripensamento legislativo di tale strumento» o un suo uso «più accorto». Tutti positivi i differenziali relativi alla “gestione di cassa”, grazie alla maggiore incidenza degli incassi (+21%), rispetto ai pagamenti (+12%), e ad un’accensione di prestiti per spese d’investimento pari a 621 milioni di euro. Il giudizio di parificazione dedica alle principali voci del bilancio regionale alcuni capitoli a parte. Tra le voci di spesa della Regione, la più elevata è quella relativa alla “sanità”. Complessivamente nel 2006 sono stati impegnati oltre 7,5 miliardi di euro, pari a circa il 54% dei pagamenti correnti dell’amministrazione regionale. Una cifra che, divisa per il numero dei residenti in Sicilia, raggiunge la cifra record di 1.514 euro all’anno per individuo.

La quota principale della spesa è destinata alle retribuzioni. Il personale sanitario è composto da 51.347 dipendenti, di cui 36.167 del ruolo sanitario, 9.150 del ruolo tecnico, 5.923 del ruolo amministrativo e 107 del ruolo professionale. A questi vanno aggiunti oltre 3 mila autisti/soccorritori per le 270 ambulanze che circolano nell’isola. Complessivamente, rispetto al 2005, l’organico legato all’ambito sanitario risulta aumentato di 2.069 unità. In lieve calo la spesa per assistenza specialistica convenzionata, passata da 436 milioni di euro del 2005 a 419 milioni del 2006. In aumento, invece, l’assistenza ospedaliera convenzionata che nel 2006 ha toccato i 705 milioni di euro (+ 29% rispetto a dodici mesi prima). E il «proliferare di convenzionamenti esterni» è visto con «preoccupazione» dalla Corte. Nel 2006 le convenzioni con case di cura ed emodialisi e laboratori ha toccato quota 1.536. A queste si aggiungono le spese per 212 consulenti esperti ed esterni, per una spesa complessiva di oltre 4 milioni di euro. ed esperti Va visto con preoccupazione ». Intanto continua a crescere anche la spesa farmaceutica, che ha toccato quota 1,3 miliardi di euro, con un incremento rispetto al 2005 del 5,37%.

*B) Il personale della Regione:

Un «argomento d’obbligo», scrivono i magistrati della Corte, è quello relativo al personale dipendente della Regione. A fine 2006 i dipendenti in servizio erano 14.245, in calo di 253 unità rispetto a dodici mesi prima. Di questi, 2.150 sono dirigenti (8 di prima fascia; 119 di seconda fascia e 2.023 di terza fascia), con un calo rispetto al 2005 di 29 unità. A queste cifre vanno sommati i lavoratori esterni con contratto a tempo determinato: 4 dirigenti generali; 42 dirigenti; 4.715 istruttori, collaboratori ed operatori e 1.775 occupati in ambiti diversi.

Complessivamente, quindi, i dipendenti regionali sono 20.781. Per retribuirli tutti, la Regione ha speso nel 2006, al netto dei contributi previdenziali, quasi 779 milioni di euro; cifra che supera del 12,12% quella spesa nel 2005. «L’incremento continuo della spesa per il personale al di sopra del tasso d’inflazione programmato - scrivono i magistrati della Corte dei Conti – richiede un’attenta valutazione delle politiche di assunzione di nuovo precariato per vari motivi. Da un lato costituiscono una perdita di professionalità per la Regione, considerato che si tratta di personale assunto senza concorso pubblico; dall’atro perché crea comprensibili aspettative di stabilizzazione da parte dei precari che finisce col vanificare l’obiettivo originario della Regione: ridurre la spesa pubblica».

Proprio i precari hanno messo a segno nel giro di 6 anni un record di stabilizzazioni, passando da 48.348 del 2000 a 10.780 del 2006. Praticamente stabilizzata la spesa per le pensioni, che si attesta a oltre 500 milioni di euro, con un decremento di quasi il 2% rispetto al 2005. I dati raccolti dai magistrati, inoltre, evidenziano che «tutti i dirigenti preposti alle strutture di massima dimensione, per il periodo 2001-2006, hanno percepito trattamenti economici pari alla massima misura attribuibile». In tal senso ha inciso la modalità di attribuzione dell’indennità di risultato, «erogata non in base all’effettivo grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati, ma a seguito di procedure di valutazione poco critiche, a partire dalla fase di fissazione degli obiettivi fino al controllo del loro raggiungimento».

 

Termino questo mio articolo riportando un editoriale del prof. Mario Centorrino in riferimento ai dati emersi dalla ricerca del Centro Studi Pio La Torre.

Due brillanti inchieste apparse su La Repubblica – Palermo (A. Fraschilla - M. Lorello, Regione: 1,5 miliardi da tagliare subito, 3 giugno 2008 e E. Lauria, Dalla culla alla casa di riposo una vita a carico di mamma Regione, 4 giugno 2008) offrono una serie di dati interessanti sul bilancio regionale. Descrivendo con grande efficacia e rigore i cento e uno modi per ottenere soldi dalla Regione e i “tagli” possibili per eliminare gli sprechi più evidenti.

Non resta che rinviare ad una loro attenta lettura chi fosse interessato a comprendere come vengono spesi i 25 miliardi di euro. A tale valore ammontano, infatti, le “uscite” del bilancio regionale. Qui, vorremmo cogliere un profilo sociologico del tema più che i suoi pur interessanti aspetti contabili. Il bilancio della Regione è lo specchio che riflette l’immagine deformante della politica siciliana. Fenomeni come assistenzialismo, clientelismo, consociativismo trovano puntuale configurazione simbolica proprio sulle poste del bilancio. Proviamo ad esemplificare.

E’ puro assistenzialismo, ad esempio, concedere un contributo fino al 55 per cento dell’investimento all’imprenditoria femminile. Questo contributo si riflette in un aumento vertiginoso dei relativi indicatori. Un’economia in “rosa”, però, in gran parte falsa: molto spesso, infatti, l’elemento femminile è indicato solo come prestanome. E’ chiaro esempio di clientelismo il milione e mezzo di euro con cui vengono retribuite le consulenze regionali. Sembra paradossale che una Regione “pesante”, con oltre venticinquemila addetti e oltre centocinquantamila persone direttamente o indirettamente da essa dipendenti, abbia tanto bisogno di competenze specifiche. Rimanda al consociativismo la spesa (250 milioni di euro) per la formazione, un settore ridotto – la denunzia è di un testimone autorevole, il Presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello – a fungere da grande ammortizzatore sociale per formati e formatori.

Citiamo dall’inchiesta di A. Fraschilla e M. Lorello: “…..circa la metà dei fondi va a grandi enti di formazione gestiti da sindacati e associazioni di categoria. Il resto cade a pioggia su altre duecento piccole realtà che attivano corsi per estetista (costano da 15 a 95 mila euro l’anno), per animatore turistico (103 mila euro l’anno), o ancora stage “sull’estetica dell’informatica”, su “la via al successo scolastico” e sulla progettazione di siti web (ogni anno, almeno una trentina).

La lettura del bilancio fa comprendere lo sviluppo di alcune “specializzazioni” economiche: il turismo rurale, l’agricoltura biologica, l’energia alternativa. Obiettivi condivisibili a patto di essere inseriti in un modello di sviluppo complessivo che invece manca. Sempre dalla lettura del bilancio emergono contraddizioni assurde: tre milioni per i grandi eventi e 13 milioni per le sagre paesane.

In ultimo, è sempre la lettura del bilancio a farci comprendere l’interclassismo dei rapporti che legano la società siciliana alla Regione. Non c’è professione, area di attività, comparto produttivo che non riceva, concretamente o potenzialmente, un’elargizione che parte dalle casse regionali. Finanziamenti esterni o interni allo stesso apparato regionale che tessono come una grande ragnatela sulla quale i criteri di universalità dei contributi prevalgono sulla selettività. Non sarà facile, per chiunque voglia assumersi questo compito, ridisegnare il bilancio.

E poi ci si chiede come mai la nostra regione ha un indice di attrazione di investimenti venticinque volte inferiore rispetto al piccolo Trentino Alto Adige! Per maggiori informazioni:Centro Studi Pio La Torre

da girodivite di Emanuele G. 20/08/08

 

Sicilia, raddoppiata in tre anni l'indennità degli assessori

 

C’è un numero che da solo spiega perché il federalismo fiscale e la Regione siciliana non possono andare d’accordo. Si trova a pagina 57, riga 6, di un rapporto appena sfornato dalla Corte dei conti dove si denuncia che nel triennio 2005-2007 l’indennità di carica per i componenti della giunta regionale è aumentata del 114,77%. C’è scritto proprio così: +114,77%. Mentre nel Paese infuriava la bufera sui costi della politica, mentre a Roma si cercava di salvare la faccia proponendo sforbiciate qua e là, mentre Romano Prodi tagliava del 30% il suo stipendio e quello dei suoi colleghi, la spesa per l’indennità degli assessori siciliani magicamente più che raddoppiava. Con il risultato che oggi un componente della giunta regionale guadagna più di un ministro. Chi è assessore e deputato regionale porta a casa più di 14 mila euro netti al mese. Gli assessori esterni se ne devono invece far bastare 11 mila o giù di lì. Il loro stipendio è infatti di 18.120,70 euro lordi al mese: 217.448 l’anno. Circa 15 mila più di un ministro non parlamentare.

Va da sé che con la riforma federalista questo andazzo non potrà continuare. Ma i sacrifici a cui saranno chiamati gli assessori faranno ridere rispetto al resto dei problemi. Il personale, per esempio. La relazione della Corte rivela che nel triennio 2005-2007 la spesa per gli stipendi è aumentata del 18,1%, il triplo dell’inflazione. Nel 2007 i dipendenti sono costati 714 milioni, il 37% più del 2001. All’esplosione ha contributo, spiegano i magistrati contabili, «il notevole ampliamento del numero di dipendenti a tempo determinato a seguito della decisione assunta dalla giunta regionale di procedere alla contrattualizzazione» di alcuni precari. Quanti erano? 3.496. Più o meno come tutti i dipendenti della Regione Lombardia e degli enti collegati, che secondo il conto annuale del Tesoro sono 3.961. Per inciso, la Lombardia ha 9 milioni e mezzo di abitanti contro i 5 milioni della Sicilia.

La mega infornata di precari risale alla fine del 2005, pochi mesi prima delle elezioni regionali che avrebbero confermato Salvatore «Totò» Cuffaro alla presidenza della Regione. Come se non bastasse, sottolinea il rapporto della Corte dei conti, l’amministrazione regionale ha poi provveduto a «stabilizzare» altri 130 precari l’anno successivo e ancora altri 197 nel 2007. Non c’è perciò da stupirsi che la bulimica macchina regionale si sia gonfiata all’inverosimile: alla fine del 2006 si contavano 20.448 dipendenti, di cui 14.291 a tempo indeterminato, 5.455 ex precari stabilizzati e 702 lavoratori socialmente utili. I dirigenti sono ben oltre duemila, con un aumento inarrestabile della spesa per le retribuzioni «di posizione di risultato», determinato dal «notevole incremento del numero degli uffici di massima dimensione e delle strutture intermedie». Ma siccome è regola che non ci siano figli e figliastri, pure i dipendenti «a tempo» hanno avuto la loro parte. E poco importa che l’aumento del «trattamento accessorio» per questo personale sia stato concesso, dice la Corte dei conti, «in violazione delle disposizioni normative e contrattuali». Perché il 6 febbraio scorso, una decina di giorni dopo le dimissioni di Cuffaro e un paio di mesi prima delle elezioni che avrebbero incoronato Raffaele Lombardo, la Regione ha approvato per legge una tanto scontata quanto provvidenziale sanatoria. Per non parlare dei consulenti. Le norme fissano in tre il numero massimo per ogni assessorato più un consulente per il servizio «controllo strategico»? Ebbene, nel 2007 gli incarichi di consulenza affidati da 10 dei 12 assessori, più il presidente, erano 51, di cui 5 per il cosiddetto controllo strategico. E che dire della spesa per le pensioni? Nel 2007 è arrivata a 538 milioni, il 31,6% in più rispetto al 2001, con una crescita del 7,8% soltanto nell’ultimo anno. Il motivo? L’aumento del 51,6% dei dipendenti della Regione che se ne sono andati in pensione: 413 persone in dodici mesi.

Inevitabili, a fronte di questa situazione, gli interrogativi. Perché Lombardo è potente alleato di Silvio Berlusconi, che a lui deve la schiacciante e decisiva vittoria del centrodestra nei collegi elettorali dell’isola. Ma sa benissimo che la riforma, pure «a misura di Sicilia» come lui stesso ha chiesto, potrebbe rivelarsi un massacro se venissero tagliati massicciamente i trasferimenti alle Regioni meno virtuose. Anche perché i segnali di una svolta, in Sicilia, mancano del tutto. La Regione ha varato un piano di riorganizzazione che dovrebbe comportare un risparmio di circa 1,6 milioni di euro l’anno negli stipendi dei dirigenti dal 2008 al 2010. A parte le considerazioni circa l’entità dell’economia prevista, considerando che il monte «salari» dei dirigenti, salito fra il 2001 e il 2005 di oltre il 45%, supera ormai i 160 milioni di euro, i magistrati contabili arrivano a mettere in discussione che il modestissimo risparmio possa essere conseguito, anche perché «emerge in maniera evidente che l’attuazione delle misure proposte non prevede una diminuzione delle strutture burocratiche». Se infatti il numero delle aree e dei servizi viene ridotto da 546 a 403, quelle delle unità operative aumenta da 1.184 a 1.329.

Ma in discussione, sanità a parte, è anche l’intera struttura delle uscite regionali. A una fortissima crescita della spesa per stipendi e pensioni ha fatto riscontro, negli ultimi tre anni, un calo dei trasferimenti alle famiglie (-9,8%) e alle imprese (-42,9%). E se la Regione, dice la Corte dei conti, spende troppo poco per le opere pubbliche e il turismo, sulla formazione professionale corrono fiumi di denaro. L’anno scorso, 432 milioni di euro. Ma senza che se ne vedano risultati, se è vero, come sottolinea il rapporto, che «la disoccupazione giovanile, alla quale dovrebbe prevalentemente rivolgersi la spesa per la formazione professionale, nel 2005 è stata del 40,6% per gli uomini e del 52,1% per le donne».

Scritto da: Sergio Rizzo " la deriva" www.corriere.it 27/08/2008