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La politica siciliana tra drammatico e grottesco

Al governo dominano poche idee e confuse

          

E’proprio vero. La misura di un punto di caduta vertiginoso per una società, è dato dalla percezione nella realtà che la gravità oggettiva della situazione nel suo complesso as­sume un tono così paradossale da sembrare inverosimile e addi­rittura grottesco. A livello nazionale sentiamo inappuntabili anchorman  televisivi sostenere, con convinzione e accenti positivi, che adesso che il Presidente del Consiglio, con una Legge propo­sta dal suo governo e approvata dalla sua maggioranza, si è libe­rato dalla preoccupazione di essere condannato in un processo in corso, può attendere serenamente agli altri affari di Stato. In­credibile, ma vero. Quando qualcuno prevedeva la legalizzazione dell’illegale, forse non immaginava che si stavano rendendo im­permeabili all’illegale anche le coscienze fino a fare sparire ogni ri­tegno anche in persone, se non eticamente irreprensibili, certamente non sprovvedute. In Sicilia, come sempre, riusciamo ad essere sempre “laboratorioe pensiamo di potere mistificare tutto, dai bilanci pubblici alla storia, senza limite né ritegno. In que­sto esercizio vanno tutti bene, dai cosiddetti tecnici al servizio della politica ad alcuni storici delle nostre sempre meno considerate Università, naturalmente solo per colpa delle persecuzioni del “nord arroganteche da Garibaldi in poi ce ne ha fatto vedere di tutti i colori, mentre con i cari Borboni era un altro mangiare. Il governatore Lombardo e l’ex Cuffaro oggi si presentano, il primo pa­ralizzato dalle risposte che deve dare ai suoi clienti e dalle consorterie che prevalentemente insistono nello spazio politico del suo predecessore; l’altro ansioso di rivincite sul suo ex amico, politico e personale. Tuttavia, entrambi sono accomunati dall’avere sulle prospettive di sviluppo della Sicilia poche idee, ma in compenso confuse, tanto da rispolverare e contendersi il buon vecchio e consolatorio sicilianismo. Insomma, per dirla con poche e semplici parole, i due fanno a gara su chi ce l’ha più lungo dei due…il sicilianismo, naturalmente. Ovviamente, tra i due, nonostante nell’attuale contingenza la bilancia del po­tere penda più verso Lombardo, Cuffaro può contare sul fatto che il governatore in carica deve assorbire, senza minacciare alcuna rivoluzione separatista, né marce su Roma, le prime misure di Berlusconi che ad un popolo meno obnubilato dalle ap­partenenze clientelari avrebbe fatto perdere più che la pazienza. La pazienza che, com’è noto, è una grande “risorsa” dei siciliani. Infatti, a parte le maliziose dichiarazioni di Cuffaro su chi realmente difende gli interessi dei siciliani e qualche altra rara voce isolata più credibile e degna di considerazione dell’ex governatore, non sembra appassioni molto la società siciliana, tradizionalmente rivendicazionista, il fatto che in termini di svi­luppo il governo nazionale ha ritirato risorse già acquisite dalla Regione Siciliana e che al momento si lasci solo balenare dai governativi siciliani l’ipotesi di mantenere le promesse elettorali ottenendo trasferimenti di risorse dallo Stato, tanto congrui quanto indefiniti, naturalmente non vincolati allo sviluppo di at­tività produttive, ma concesse una tantum, paternalisticamente e, quindi, spendibili senza lacci e lacciuoli. Proprio come con i cari, illuminati Borboni. Poi, naturalmente, ci penserà qualche storico, in cerca di buone entrature, a cantare le lodi del pre­sunto nuovo sicilianismo di Lombardo che in fondo avrebbe ra­gione, anche se qualche volta esagera con accuse che lo storico considera un po’ forzate e, bontà sua, a volte fuori luogo, e, se è consentito, sul piano scientifico anche da fare accappo­nare la pelle. Insomma, i lettori, se non in mala fede, sprovve­duti sulla materia dell’Autonomia Speciale Siciliana, possono stare tranquilli perché il vecchio sicilianismo, alzato agli onori della cronaca nazionale all’inizio del ‘900 dal Comitato Pro-Sicilia in difesa dell’On.le Palizzolo, noto per il controllo asfis­siante del territorio con le sue clientele e per essere stato condannato e poi assolto a furore di Comitato sicilianista per il delitto mafioso di Notarbartolo, è ancora vivo e vegeto, ovvia­mente in forme diverse. Adesso, però, bisogna fare i fatti e al-lora il governo nazionale imbrogli pure sui soldi dello sviluppo e delle infrastrutture, vincolati da progetti, ma ci dia subito, con una partita di giro, i soldi, per esempio per risanare i conti dei Comuni di Palermo e Catania, ormai più che dissestati, per i quali si è avuto già l’ardire di chiedere alla Regione Siciliana di ripianare a piede pagina i bilanci, senza che questo comporti alcun prezzo politico per le Amministrazioni in carica e senza che venga avanzato da qualcuno il dubbio che, forse, oltre che di un controllo socio-politico, sarebbe necessario attivare un più specifico controllo di legalità sugli atti all’interno delle spese di queste Amministrazione che dicono senza ritegno di avere pro­sciugato tutto e più di tutto, compresi i fondi di riserva, e stanno incrementando scriteriatamente i debiti fuori bilancio.

Questo non dovrebbe sfuggire ai Magistrati, contabili e non, e nemmeno a quelli, fuori ruolo, componenti della giunta di governo regionale che, prima o dopo, probabilmente si troveranno in Giunta un dise­gno di Legge, per adesso solo congelato, di finanziamento urgente dei buchi palermitani di Cammarata e quelli catanesi di Scapa­gnini, magari provando a capire quanto c’entra anche l’attuale go­vernatore Lombardo nel “sacco” di Scapagnini al Comune di Catania. Il concetto di moralizzazione dell’Amministrazione è molto più complesso di qualche annuncio su iniziative di austerity nella spesa sanitaria e qualche scontata iniziativa disciplinare per il Personale, a volte controproducente. Le cose si complicano se a tutto questo si aggiunge l’incredibile “scivolata” dell’Assessore Magistrato Ilarda che prima sistema la figlia come dirigente esterna in un ufficio di gabinetto e poi perde la buona occasione di stare zitto giustificando il suo comporta­mento con argomenti imbarazzanti. Infatti, è veramente incredibile che si possa denunciare l’elefantiasi e gli sprechi di un’Ammini-strazione, pletorica e costosissima, e poi giustificare l’assunzione, per chiamata diretta, della propria figlia, insieme a tanti altri amici di potenti, che, appena laureata, può accedere ad un posto di di­rigente esterno, in una Regione che, per stessa denuncia dell’Assessore, ha già al suo interno una pletora di dirigenti in sovrannumero. Forse queste chiamate dirette di dirigenti esterni, con lauti contratti pluriennali, potrebbero essere considerate su­perflue o, tutt’al più, da limitare al massimo, se non a riconosciute eccellenze, a robuste ed esperte professionalità. L’Assessore della legalità, invece, giustifica l’assunzione della figlia vantando titoli ormai talmente comuni da non essere nemmeno paragonabili di quelli in possesso di tantissimi giovani, e meno giovani, in cerca di lavoro o che sono costretti a lasciare la loro terra e le loro famiglie per andare a lavorare al nord o, sempre più spesso, all’estero. Se poi L’Assessore della trasparenza aggiunge che lui si è solo limi­tato a dire alla figlia che c’era il posto, con tutto il rispetto, c’è da chiedersi se c’è o ci fa visto che, al di là dell’oggettiva enormità dell’affermazione, dovrebbe essere prima regola per un’Ammini-strazione che, come diceva lo stesso Assessore, doveva essere una “casa di vetro”, doveva pubblicizzare al massimo le opportu­nità di lavoro per un principio di giustizia, ma anche consentire all’Amministrazione di valutare con criteri oggettivi le migliori pro­fessionalità disponibili. E che dire dell’Assessore Magistrato alla Sanità che viene chia­mato a tagliare e moralizzare in un settore ampiamente occupato ed elettoralmente sfruttato dalla maggioranza che esprime questo governo Lombardo come il precedente Cuffaro. Al di là della buona volontà dell’Assessore designato, a lume di buon senso c’è da dire che proprio per la specificità e la rilevanza sociale e finanziaria dell’Amministrazione regionale della Sanità si richiederebbe non una semplice razionalizzazione dei servizi, semmai possibile per questo governo dei favori diffusi, ma forti scelte politiche che invertano tendenze negative come quelle della Sanità siciliana, rilevabili con una semplice comparazione con altri sistemi sanitari regionali, unanimemente ritenuti virtuosi. Ma anche su questo, nulla di nuovo sotto il sole. Il potere reale si­ciliano ha sempre avuto, in certe fasi storiche, la necessità contin­gente di produrre riforme, se non illusorie, poco incisive e, so­prattutto, incompatibili con un movimento di reale cambiamento dei sistemi di raccolta del consenso elettorale. Le cronache di fine ottocento e inizio novecento raccontano di Amministrazioni comunali rette da Sindaci notabili che, succedendosi non man­cavano di assicurarsi i buoni auspici di quelli che contavano veramente attraverso la conservazione dei privilegi degli agrari, detentori delle leve dell’asfittica economia del tempo e del con­trollo sociale anche grazie ad un’alleanza funzionale con la mafia. Per il resto, ogni nuova Amministrazione provvedeva ad impinguare a dismisura un ramo impiegatizio sempre più ple­torico ed asservito e, guarda caso, in gran parte costituito da amici e parenti. In Sicilia un certo tipo di famiglia e di amicizia hanno sempre avuto un ruolo preponderante nei destini della società dell’Isola. Prendiamo quindi atto che in Sicilia il sicilia­nismo veste sempre abiti antichi e riconoscibili, ma adattati ai tempi e che è anche abbastanza facile individuare chi lo pratica e chi lo canta. Tuttavia, al di là dei corsi e ricorsi storici, c’è un problema di interpretazione attuale della fase e, in tal senso, si evidenzia la necessità di decriptare alcuni segnali, anche in prospettiva. La domanda è: chi, nella sostanza, riuscirà a ge­stire il nuovo corso della Sicilia quando l’immobilismo del go­verno regionale scoprirà del tutto il bluff del Governatore Lombardo, presunto politico forte e decisionista? Grossi inter­rogativi si sono già imposti all’attenzione degli osservatori più avvertiti provando ad interpretare logicamente il senso pro­fondo di certi allontanamenti significativi dall’entourage di Lom­bardo, già da tempo avviati e non a caso evocati in una recente intervista a “La Repubblica” dal Professore Elio Rossitto, anche lui transfuga, dichiarato con ostentata evidenza, dall’MPA e noto stratega della politica siciliana, fin dai tempi del potente Presidente Nicolosi, inventore e gestore, con uno staff al tempo molto rampante, del cosiddetto governo parallelo che pure provò l’operazione impossibile di modernizzazione della Sicilia, senza mettere in discussione dei cosiddetti “poteri forti” siciliani. Altro che innovazione, in Sicilia non riusciamo a mantenere nemmeno la tradizione perché al peggio non c’è mai fine.

di Giovanni Abbagnato asud’europa 13 ottobre 2008

DON RAFFAELE LOMBARDO

Chi è Raffaele Lombardo? Un politico che ha creato in tutti questi anni una  tela fatta di amicizie, di alleanze, di favori, di incarichi professionali, di promozioni nelle Asl, di assunzioni, di promesse. Insomma una poderosa macchina di voti costruita in tanti anni di militanza politica attraverso «una sapiente gestione dei bisogni e una spregiudicata distribuzione dei privilegi», come dicono quelli dell’opposizione. I metodi li ha appresi alla scuola democristiana di Calogero Mannino, ma via via il caposcuola è diventato proprio lui, superando forse lo stesso maestro che, dopo anni di disavventure giudiziarie, è stato eletto in Parlamento con l’Udc di Casini. Dopo il crollo della prima Repubblica, anche Lombardo - come Mannino - era finito in disgrazia per di un paio di vicende giudiziarie. Tutti lo davano per spacciato. Nessuno scommetteva un soldo su di lui. Poi il miracolo. Fino a imporsi sulla scena nazionale e a condizionare il dibattito politico attraverso l’alleanza con la Lega. Lui che non perdeva occasione per dire peste e corna del Senatur. Del resto, Raffaele Lombardo alternativo lo è davvero ai Bossi, ai Calderoli, ai Borghezio: è una delle incarnazioni viventi di quella Dc che non muore mai, soprattutto in Sicilia, e da sempre demonizzata  dalla Lega. Negli anni Settanta, militante del Movimento giovanile democristiano, frequentava la facoltà di medicina ed era nel consiglio dell’Opera universitaria. I vecchi colleghi lo ricordano come un tenace e battagliero «dispensatore di risposte», capace di dare del filo da torcere perfino all’allora presidente dell’Opera universitaria, Salvo Andò, craxiano di antica data, diventato in seguito ministro della Difesa, anche lui passato per una serie di disavventure giudiziarie e oggi riabilitato e rettore dell’Università Kore di Enna. Dispensatore di risposte, certo, ma come ricorda qualche ex collega, «attraverso metodi spregiudicati». Un sistema che secondo molti dura ancor oggi, ma che in una terra piena di bisogni come la Sicilia, si rivela pagante sul piano elettorale. «A quei tempi seguiva tutto, dalle pratiche per le borse di studio alle domande per i posti letto. Tutti si rivolgevano a lui e lui aveva una risposta per tutti. Ciò che prometteva manteneva». È stata proprio l’università il primo luogo dove Lombardo (laureatosi con una specializzazione in criminologia) ha cominciato a tessere una tela che col tempo si è allargata sempre più.
Negli anni Ottanta, il leader del Movimento per l’autonomia decide di presentarsi per la prima volta alle elezioni per il consiglio comunale di Catania. L’ottimo successo personale gli vale la nomina di assessore al Bilancio e alla Sanità. Sono anni bui per il capoluogo etneo. Gli anni in cui la mafia comanda su tutto. Gli anni in cui i Cavalieri del lavoro e le maggiori autorità della città vanno a braccetto coi mafiosi. Gli anni in cui il giornalista Giuseppe Fava viene ucciso perché denuncia questi grovigli inconfessabili. Gli anni in cui padrone assoluto della politica locale è il deputato democristiano Nino Drago, proconsole degli andreottiani in Sicilia assieme a Salvo Lima, con due rampolli che scalpitano per entrare nelle stanze dei bottoni, il socialista Andò e il futuro presidente della Regione Rino Nicolosi. In questo sistema il giovane Lombardo non mostra di stare a disagio. Da lontano vede e ammira l’astro nascente Calogero Mannino - futuro ministro della Marina mercantile - e ne segue la scia. Al tempo stesso da Palazzo degli Elefanti - sede del municipio di Catania - crea un tavolo di concertazione con soggetti del mondo istituzionale, professionale e sociale per organizzare la sanità nel territorio, a quel tempo completamente allo sfascio. Un progetto che prevede tre poli ospedalieri, il Garibaldi, il Vittorio Emanuele, il Cannizzaro, ai quali se ne aggiungerà un quarto, il Policlinico universitario. Una struttura abnorme, che negli anni successivi succhierà buona parte delle risorse del bilancio regionale. Passa qualche anno e Lombardo lo rivediamo a Palermo nelle sontuose sale di Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento siciliano. Prima come deputato regionale, poi come assessore agli Enti locali. Ormai è considerato un uomo potente, malgrado la sua giovane età. Dialoga con i rappresentanti del “terzo settore” e promuove iniziative sul volontariato, sulla solidarietà, sulle persone deboli. Piazza i suoi uomini nei consultori, nei centri per anziani e per disabili, nelle associazioni, nelle cooperative, nei servizi sociali. Fa arrivare contributi e a ogni elezione vede crescere i suoi consensi. All’interno del suo partito non viene visto di buon occhio da tutti. Rino Nicolosi lo detesta, lo considera un ragazzotto senza spessore culturale. L’ostilità è reciproca. Ma intanto il presidente della Regione lo inserisce nella sua giunta. A un certo punto l’ondata di Tangentopoli travolge anche lui: i magistrati lo accusano di avere riferito in anticipo, attraverso la sua segreteria politica, i titoli dei temi ad alcuni candidati risultati vincitori in un concorso nel settore della sanità. Le manette interrompono una carriera in fortissima ascesa. Lui è convinto che la causa dei suoi guai sia da ricercare all’interno del suo stesso partito. E alla vigilia dell’arresto - alle undici di sera - si reca nella redazione del quotidiano catanese La Sicilia per farsi intervistare: prevede quello che gli succederà e fa capire che qualcuno molto in alto gli ha teso una trappola. Tutti pensano a Rino Nicolosi. Intanto, lo tsunami di Mani pulite travolge gli altri vertici siciliani del suo partito. A uno a uno cadono lo stesso Nicolosi (che attribuisce a Lombardo quel che Lombardo aveva attribuito a lui), Mannino, Drago, Lima. Qualche anno dopo viene nuovamente coinvolto in una storia di tangenti - che ha come perno l’ex presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini - assieme ai big della politica catanese. Sia per la prima che per la seconda vicenda - nella quale è accusato fra l’altro di associazione per delinquere - verrà assolto.
Politicamente sembra finito. Sembra. In realtà non ha mai smesso di coltivare le antiche alleanze. In silenzio, ma con grande concretezza. Recupera le vecchie amicizie universitarie - politici, professionisti, impiegati -, molte delle quali, negli anni di maggiore splendore, avevano fatto parte del suo entourage. Tutte rimaste fedeli anche nelle disgrazie. Si iscrive nel Ccd-Cdu. Alla Provincia presenta una lista di fedelissimi. Riesce a fare eleggere un pugno di consiglieri. Si riposiziona. Al presidente Nello Musumeci impone un suo uomo, che diventa assessore alla Pubblica istruzione. Per decidere il futuro della politica nel territorio, i nuovi potenti adesso devono rivolgersi a lui. Si presenta alle elezioni europee e fa il pieno di consensi. Quando, nel 2000, a Catania si svolgono le amministrative, Lombardo forma due liste e fa eleggere i suoi rappresentanti in consiglio comunale. A quel punto il nuovo sindaco, il forzista Umberto Scapagnini (ex medico personale di Berlusconi), gli offre la vice sindacatura con delega ai Lavori pubblici e al Personale. Lui ovviamente accetta.
L’immaginario collettivo lo percepisce come il vero sindaco del capoluogo etneo. Da quella postazione è un gioco da ragazzi riprendere i contatti con la gente che conta. Ricostruisce il reticolo di alleanze con gli imprenditori, con gli industriali, con gli esponenti degli ordini professionali, con i commercianti. Riavvia i concorsi interni bloccati da tempo e dà la possibilità a 5mila dipendenti municipali di accedere alle mansioni superiori. Dopo tre anni si dimette per candidarsi alla presidenza della Provincia contro l’europarlamentare diessino Claudio Fava. Stravince. Frattanto a Roma, Casini e Buttiglione uniscono i rispettivi partiti e fondano l’Udc. Che senza i voti della Sicilia non conterebbe nulla. Don Raffaele viene eletto presidente nazionale con l’avallo di Cuffaro. Lui ricambia prendendo posizione contro i magistrati per le inchieste su mafia e politica che coinvolgono il presidente della Regione (una solidarietà che si ripete, in altre circostanze, nei confronti dell’imprenditore catanese Sebastiano Scuto, accusato dai pm di essere il riciclatore della potente cosca dei Laudani. Ma questa è un’altra storia). Sullo sfondo, l’aggrovigliato mondo della sanità siciliana. I referenti mafiosi, le talpe alla Procura di Palermo, le cliniche private, il denaro. Tanto denaro. Che sgorga dai rubinetti della Regione, causando immense voragini alle già disastrate casse dell’isola. Un triangolo nel Mediterraneo spartito in due dai nuovi feudatari della sanità: quella occidentale a don Totò, quella orientale a don Raffaele, che nella giunta regionale riesce pure a piazzare il suo fedelissimo Giovanni Pistorio. Dove? Ovviamente nell’assessorato alla Sanità. Lombardo non si occupa più solo di handicappati, di vecchietti, di drogati, ma di primari da promuovere, di manager da piazzare, di medici da spostare, di soldi da destinare. Ma con pazienza riesce a conquistare i suoi spazi nonostante la presenza del senatore di Forza Italia, Pino Firrarello, sindaco di Bronte. Intanto, negli ospedali siciliani la gente muore di malasanità. In pochi mesi, una quindicina di decessi per i quali la magistratura apre delle inchieste. L’assessore Pistorio ordina delle ispezioni. Sembrano provvedimenti adottati più per placare gli animi che per fare piazza pulita degli incapaci. Intanto, dall’oggi al domani, medici di provincia diventano primari nei grandi ospedali della Sicilia orientale. Promozioni in massa anche per manager, dirigenti di Asl, medici e paramedici. Pare che tutti abbiano un punto in comune: dispongono di buoni pacchetti di voti. Se sono bravi, meglio. Intanto, anche la Provincia regionale di Catania diventa una potente fabbrica di consensi. «In questi anni Lombardo ha conferito circa 120 incarichi professionali per i collaboratori più stretti, cui ne vanno aggiunti 600 per progettazioni, collaudi, studi di fattibilità ed altro; si badi bene, non solo per persone vicine al centrodestra, ma anche per gente che fa parte dell’area del centrosinistra».
Esponenti dell’Udc che lo conoscono bene (ma che preferiscono non esporsi) dicono che Lombardo «si è molto raffinato anche dal punto di vista culturale, ha compreso che per consolidare il potere deve ampliare le clientele anche a sinistra». Per dimostrarlo fanno un esempio: «Conferisce tutti questi incarichi senza chiedere nulla in cambio. Il do ut des avviene in modo automatico, silenzioso». La grossa torta rimane comunque l’aeroporto intercontinentale che Lombardo vuole realizzare nella Piana di Catania. «In un momento in cui i grossi scali sono in crisi, Malpensa è uno degli esempi e lui pensa di farne uno a Catania, sapendo che non sarà mai realizzato. Specie se si considera che si sta ammodernando l’aeroporto di Fontanarossa. E allora perché ne parla? Perché la Regione, solo per gli studi di progettazione e di fattibilità ha stanziato 10 miliardi di vecchie lire. Una occasione studiata a tavolino per creare nuove clientele». Non l’unica, a quanto pare. «L’altro progetto grosso riguarda la Pubbliservizi, un’azienda da realizzare con capitale della Provincia che si occuperà di tutti i servizi pubblici, dalle manutenzioni alla custodia di certe strutture». È il periodo in cui Lombardo è potente, anche (e soprattutto) all’interno dell’Udc. Quando a qualcuno dei suoi fedelissimi si chiede se è più potente lui o il suo predecessore Nello Musumeci (europarlamentare di An, oggi leader del movimento Alleanza siciliana)?, rispondono: «Mentre per parlare col prefetto, Musumeci si recava in prefettura, oggi è il prefetto ad andare da Lombardo». Magari non sarà proprio così, ma è una battuta che interpreta il pensiero dell’opinione pubblica. E questo dà fastidio a tanti, compreso il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Proprio a lui e a Berlusconi - in nome di un Sud trascurato e tradito -, Lombardo chiede nel 2005 il ministero per il Mezzogiorno. Non gli viene concesso. Passa qualche mese. Le elezioni per il nuovo primo cittadino di Catania sono imminenti. Ai nastri di partenza si presenta l’uscente Umberto Scapagnini contro l’ex ministro dell’Interno Enzo Bianco, rimasto nel cuore di molti catanesi per essere stato l’artefice, da sindaco negli anni Novanta, di un rinnovamento della città. A poche settimane dal voto i sondaggi danno in nettissimo vantaggio l’ex ministro. Poi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi scende a Catania. E indovinate a chi fa la prima visita? Proprio a Raffaele Lombardo, fino a quel momento indeciso se appoggiare Bianco o Scapagnini. I due probabilmente si accordano: il Cavaliere torna a Roma con qualche certezza in più, e forse con qualche soldo in meno, lasciato nei quartieri più poveri. Ma sono, appunto, dicerie. Di concreto c’è che in pochi giorni cambia tutto. Basta parlare con la gente per percepire che il clima è diverso. Il presidente della Provincia presenta ben quattro liste e le imbottisce di medici e di esponenti del volontariato: 180 candidati in consiglio comunale, 500 nei consigli di quartiere. Appoggia il sindaco uscente, ma contemporaneamente schiaccia l’occhio al centrosinistra per possibili alleanze future. «Più che vincere gli interessa dimostrare di essere decisivo». Alla fine, decisivo lo è veramente. Grazie a un valore aggiunto del 20 per cento, l’ex medico di Berlusconi batte il super favorito Enzo Bianco. A quel punto nell’Udc inizia la resa dei conti. Una fronda di deputati nazionali e regionali - ispirata dal presidente della Camera - gli fa la guerra: in pubblico lo accusa di essere ambiguo, ambizioso e spregiudicato. Lui se ne va sbattendo la porta e fonda il Movimento per l’autonomia. Per i primi mesi non si schiera, o meglio si schiera a seconda delle circostanze e delle convenienze.
Dopo essere stato determinante a Catania per la vittoria del centrodestra, diventa determinante a Messina facendo vincere il centrosinistra. Alla fine, in vista delle elezioni nazionali e regionali, decide di schierarsi con la Casa delle libertà e di allearsi col Senatur. L’opposizione lo bombarda di interrogazioni. Una delle più curiose riguarda il suo ex assessore allo Sport, Daniele Capuana, dimessosi per candidarsi alle regionali. Uscito dalla porta, Capuana rientra dalla finestra: pochi giorni dopo Lombardo lo nomina consulente allo sport. Ma la decisione più contestata (soprattutto da certi esponenti della stessa Casa delle libertà) è quella della nomina ad assessore di Serafina Perra, come denunciano esponenti dell’opposizione, «moglie dell’ex sindaco di Calatabiano Giuseppe Intelisano, arrestato nel 2000 perché accusato dai magistrati di avere collegamenti con la mafia locale (poi prosciolto). Un provvedimento giudiziario che fece da premessa allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale». Dopo lo scioglimento anticipato dell’Assemblea Regionale per le dimissioni di Cuffaro condannato in primo grado a 5 anni ed all'interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio
 Lombardo ufficializza la sua candidatura alla presidenza della Regione Siciliana, sostenuto dal suo movimento, dal PDL e dall'UDC. Il 14 aprile viene eletto presidente, ottenendo oltre il 65% delle preferenze, sconfiggendo la candidata di Pd, IdV e Sinistra Arcobaleno Anna Finocchiaro, che si attesta al 30% circa. La coalizione da lui capeggiata ottiene 62 deputati regionali, e 28 il PD, unico partito che sosteneva la Finocchiaro a superare lo sbarramento del 5 per cento. Il giorno stesso dell'insediamento a Palazzo d'Orleans, un utente della rete, utilizzando eMule, scopre casualmente una cartella in formato ZIP, contenente una sorta di data base delle richieste di raccomandazione inviate a Lombardo o ai suoi collaboratori dell'MpA.

da Left- Avvenimenti

 

Il Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo prova a far alzare l’indice della sua popolarità con uscite spettacolari che appaiono come un vero e proprio “remake” del periodo elettorale. Promesse, promesse ed ancora promesse.

Autonomista del terzo millennio senza tanta convinzione visto che è stato presidente, molto criticato e chiacchierato anche dai media nazionali, di una istituzione che lo Statuto ha abolito nel lontano 1946, Lombardo appare essenzialmente un democristiano vecchia maniera e con una concezione della politica del consociativismo. Nel discorso di presentazione della candidatura di Lombardo alla presidenza,

l’attuale ministro della Giustizia affermò con enfasi: ” mi risulta dalle clssifiche del Sole24 Ore che lui è stato il presidente di provincia più apprezzato“.

Riferito ovviamente al periodo in cui Lombardo era presidente della provincia di Catania e periodo a cui si riferisce molto probabilmente  il famoso “dossier” Lombardo che da mesi circola liberamente in internet senza che sia mai stato contestato da alcuno e che si può trovare facilmente sui vari motori di ricerca.

Un lista lunghissima di numeri di telefono, curricula, richieste di raccomandazione, nomi, cognomi, professioni dove non mancano appartenenti alle Forze dell’ Ordine, indicazioni del proponente e in qualche caso anche il risultato del’intervento.

Per molti Lombardo è il nuovo che avanza ma tutto appare vecchio e stinto e il dossier trasmette un senso di inquietudine e di preoccupazione.

Un commento del Presidente , un chiarimento, una dichiarazione su questo dossier non ci risulta e forse i siciliani una spiegazione la meriterebbero, se non altro per il rispetto che la politica deve al popolo “sovrano”.

Fuoriuscito dal partito di Cuffaro, Lombardo ha abbracciato la causa autonomista mai sopita e risbocciata intorno agli anni novanta, cerca di mettersi di traverso in Parlamento dove conta come il due di picche, salvo poi rientrare nel sistema Berlusconi perché “rassicurato” delle promesse romane, ora di Letta, ora di Bossi o dello stesso Berlusconi. Insomma le sue retromarce sono la conseguenza di assicurazioni e promesse romane.

Non sembra accorgersi invece, che per la prima volta nella storia repubblicana la Sicilia, con tanti ministri al governo nazionale come non mai e con un presidente del Senato siciliani, rischia seriamente di vedersi cancellato quello Statuto che fu conquistato con il sangue di tanti che nessuno ricorda, vedi Antonio Canepa.

Mai attuato per scelta politica siciliana in accordo con quella nazionale che generosamente elargisce contributi ed assistenze che hanno contribuito a far rinascere in Sicilia il feudalesimo, lo Statuto è diventato per Lombardo uno strumento ora da cambiare (duo Lombardo-Miccichè), poi da applicare, e più recentemente, ricompostosi il duo Miccichè-Lombardo,  da aggiornare.

Senza dubbio idee chiare sull’autonomismo siciliano.

A distanza di 5 mesi dalla sua elezioni Lombardo alle sue promesse non sembra aver fatto seguire nulla di concreto. Tante esternazioni e tante belle intenzioni, vedi quella degli ATO, che rimangono nel libro delle belle intenzioni.

Le lobby continuano gli affari, i deputati continuano a bivaccare a Palazzo Reale, la macchina regionale elefantiaca continua a divorare denaro pubblico senza costrutto. Insomma, un remake del passato prossimo dell’insipienza della classe politica siciliana, che come tutti i remake,  è la brutta copia dell’originale.

Però Lombardo una cosa l’ha fatta. Ha fatto si che il mastodontico ufficio stampa composto da ben 22 capi redattori e da un direttore, lavorasse. Infatti i comunicati stampa da un po’ di tempo giungono solo da questo ufficio che accentra tutti i comunicati per diramarli dalla presidenza.

Qualche cattivello pensa che accentrando i comunicati con la scusa di “parlare” con una sola voce, Lombardo controlli la voce degli assessori. Sarà, intanto continua lo spreco.

Ma anche nel caso dell’ufficio stampa, pensando di risolvere un problema, si aggrava la situazione perché rimangono senza lavoro (?) diversi uffici stampa e tanti addetti che vengono regolarmente retribuiti.

Domanda: gli uffici stampa degli assessorati cosa fanno adesso?

Rimangono gli uffici “vacanza” di Bruxelles e di Roma con tanto di dirigenti generali, dirigenti, funzionari direttivi ed istruttori direttivi. Qualche milione di euro, né più e né meno che potrebbe e dovrebbe essere risparmiato con la loro chiusura.

Rimangono i consulenti, le auto blu, i privilegi, e rimangono senza un accenno di soluzione, tutti i problemi organizzativi, economici, politici, e malgrado si sia fatto un gran baccano per la riduzione delle assenze del personale, la “produzione”  della macchina burocratica è rimasta ai livelli precedenti con un aumento della spesa.

Tutto come prima quindi, con tanto di parentopoli e assistenzialismo. Una brutta copia del passato tinta e ritinta.

La soluzione siciliana si potrà forse trovare nel commissariamento dell’Isola perchè la politica siciliana non sarà mai capace o non vorrà mai cancellare i rinati feudi mediovali.

da Osservatorio Sicilia 29/09/08