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La politica siciliana tra drammatico e grottesco
Al governo dominano poche idee e confuse
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E’proprio vero. La misura di
un punto di caduta vertiginoso per una società, è dato dalla percezione nella
realtà che la gravità oggettiva della situazione nel suo complesso assume un
tono così paradossale da sembrare inverosimile e addirittura grottesco. A
livello nazionale sentiamo inappuntabili anchorman televisivi
sostenere, con convinzione e accenti positivi, che adesso che il Presidente del
Consiglio, con una Legge proposta dal suo governo e approvata dalla sua
maggioranza, si è liberato dalla preoccupazione di essere condannato in un
processo in corso, può attendere serenamente agli altri affari di Stato. Incredibile,
ma vero. Quando qualcuno prevedeva la legalizzazione
dell’illegale, forse non immaginava che si stavano rendendo impermeabili
all’illegale anche le coscienze fino a fare sparire ogni ritegno anche in
persone, se non eticamente irreprensibili, certamente non sprovvedute. In
Sicilia, come sempre, riusciamo ad essere sempre “laboratorio”
e pensiamo di potere mistificare tutto,
dai bilanci pubblici alla storia, senza limite né ritegno. In questo esercizio
vanno tutti bene, dai cosiddetti tecnici al servizio della politica ad alcuni
storici delle nostre sempre meno considerate Università, naturalmente solo per
colpa delle persecuzioni del “nord arrogante” che da Garibaldi in poi ce ne ha fatto vedere di tutti i colori, mentre
con i cari Borboni era un altro mangiare. Il governatore Lombardo e l’ex Cuffaro oggi si
presentano, il primo paralizzato dalle risposte che deve dare ai suoi clienti
e dalle consorterie che prevalentemente insistono nello spazio politico del suo predecessore; l’altro ansioso di rivincite sul suo
ex amico, politico e personale. Tuttavia, entrambi sono accomunati dall’avere
sulle prospettive di sviluppo della Sicilia poche idee, ma in compenso confuse,
tanto da rispolverare e contendersi il buon vecchio e consolatorio
sicilianismo. Insomma, per dirla con poche e semplici parole, i due fanno a
gara su chi ce l’ha più lungo dei due…il
sicilianismo, naturalmente.
Ovviamente, tra i due, nonostante nell’attuale contingenza la bilancia del potere
penda più verso Lombardo, Cuffaro può contare sul fatto che il governatore in
carica deve assorbire, senza minacciare alcuna rivoluzione separatista, né
marce su Roma, le prime misure di Berlusconi che ad un popolo meno obnubilato
dalle appartenenze clientelari avrebbe fatto perdere più che la pazienza. La
pazienza che, com’è noto, è una grande “risorsa” dei siciliani. Infatti, a
parte le maliziose dichiarazioni di Cuffaro su chi realmente difende gli
interessi dei siciliani e qualche altra rara voce isolata più credibile e degna
di considerazione dell’ex governatore, non sembra appassioni molto la società
siciliana, tradizionalmente rivendicazionista, il fatto che in termini di sviluppo
il governo nazionale ha ritirato risorse già acquisite dalla Regione Siciliana
e che al momento si lasci solo balenare dai governativi siciliani l’ipotesi di
mantenere le promesse elettorali ottenendo trasferimenti di risorse dallo
Stato, tanto congrui quanto indefiniti, naturalmente non vincolati allo
sviluppo di attività produttive, ma concesse una
tantum, paternalisticamente
e, quindi, spendibili senza lacci e lacciuoli. Proprio come con i cari,
illuminati Borboni. Poi, naturalmente, ci penserà qualche storico, in cerca di
buone entrature, a cantare le lodi del presunto nuovo sicilianismo di Lombardo
che in fondo avrebbe ragione, anche se qualche volta esagera con accuse che lo
storico considera un po’ forzate e, bontà sua, a volte fuori luogo, e, se è
consentito, sul piano scientifico anche da fare accapponare la pelle. Insomma,
i lettori, se non in mala fede, sprovveduti sulla materia dell’Autonomia
Speciale Siciliana, possono stare tranquilli perché il vecchio sicilianismo,
alzato agli onori della cronaca nazionale all’inizio del ‘900 dal Comitato Pro-Sicilia in
difesa dell’On.le Palizzolo, noto per il controllo asfissiante del territorio
con le sue clientele e per essere stato condannato e poi assolto a furore di
Comitato sicilianista per il delitto mafioso di Notarbartolo, è ancora vivo e
vegeto, ovviamente in forme diverse. Adesso, però, bisogna fare i fatti e
al-lora il governo nazionale imbrogli pure sui soldi dello sviluppo e delle
infrastrutture, vincolati da progetti, ma ci dia subito, con una partita di
giro, i soldi, per esempio per risanare i conti dei Comuni di Palermo e
Catania, ormai più che dissestati, per i quali si è avuto già l’ardire di
chiedere alla Regione Siciliana di ripianare a piede pagina i bilanci, senza
che questo comporti alcun prezzo politico per le Amministrazioni in carica e
senza che venga avanzato da qualcuno il dubbio che, forse, oltre che di un
controllo socio-politico, sarebbe necessario attivare un più specifico
controllo di legalità sugli atti all’interno delle spese di queste
Amministrazione che dicono senza ritegno di avere prosciugato tutto e più di
tutto, compresi i fondi di riserva, e stanno incrementando scriteriatamente i
debiti fuori bilancio.
Questo non dovrebbe sfuggire ai Magistrati, contabili e non, e
nemmeno a quelli, fuori ruolo, componenti della giunta di governo regionale
che, prima o dopo, probabilmente si troveranno in Giunta un disegno di Legge,
per adesso solo congelato, di finanziamento urgente dei buchi palermitani di
Cammarata e quelli catanesi di Scapagnini, magari provando a capire quanto
c’entra anche l’attuale governatore Lombardo nel “sacco” di Scapagnini al Comune di Catania. Il concetto di
moralizzazione dell’Amministrazione è molto più complesso di qualche annuncio
su iniziative di austerity nella spesa sanitaria e qualche scontata iniziativa
disciplinare per il Personale, a volte controproducente. Le cose si complicano
se a tutto questo si aggiunge l’incredibile “scivolata”
dell’Assessore Magistrato Ilarda che prima sistema la figlia come dirigente
esterna in un ufficio di gabinetto e poi perde la buona occasione di stare
zitto giustificando il suo comportamento con argomenti imbarazzanti. Infatti,
è veramente incredibile che si possa denunciare l’elefantiasi e gli sprechi di
un’Ammini-strazione, pletorica e costosissima, e poi giustificare l’assunzione,
per chiamata diretta, della propria figlia, insieme a tanti altri amici di
potenti, che, appena laureata, può accedere ad un posto di dirigente esterno,
in una Regione che, per stessa denuncia dell’Assessore, ha già al suo interno
una pletora di dirigenti in sovrannumero. Forse queste chiamate dirette di
dirigenti esterni, con lauti contratti pluriennali, potrebbero essere
considerate superflue o, tutt’al più, da limitare al massimo, se non a
riconosciute eccellenze, a robuste ed esperte professionalità. L’Assessore
della legalità, invece, giustifica l’assunzione della figlia vantando titoli
ormai talmente comuni da non essere nemmeno paragonabili di quelli in possesso
di tantissimi giovani, e meno giovani, in cerca di lavoro o che sono costretti
a lasciare la loro terra e le loro famiglie per andare a lavorare al nord o,
sempre più spesso, all’estero. Se poi L’Assessore della trasparenza aggiunge
che lui si è solo limitato a dire alla figlia che c’era il posto, con tutto il
rispetto, c’è da chiedersi se c’è o ci fa visto che,
al di là dell’oggettiva enormità dell’affermazione, dovrebbe essere prima
regola per un’Ammini-strazione che, come diceva lo stesso Assessore, doveva
essere una “casa di vetro”, doveva pubblicizzare al massimo le opportunità di
lavoro per un principio di giustizia, ma anche consentire all’Amministrazione
di valutare con criteri oggettivi le migliori professionalità disponibili. E
che dire dell’Assessore Magistrato alla Sanità che viene chiamato a tagliare e
moralizzare in un settore ampiamente occupato ed elettoralmente sfruttato dalla
maggioranza che esprime questo governo Lombardo come il precedente Cuffaro. Al
di là della buona volontà dell’Assessore designato, a lume di buon senso c’è da
dire che proprio per la specificità e la rilevanza sociale e finanziaria
dell’Amministrazione regionale della Sanità si richiederebbe non una semplice
razionalizzazione dei servizi, semmai possibile per questo governo dei favori
diffusi, ma forti scelte politiche che invertano tendenze negative come quelle
della Sanità siciliana, rilevabili con una semplice comparazione con altri
sistemi sanitari regionali, unanimemente ritenuti virtuosi. Ma anche su questo,
nulla di nuovo sotto il sole. Il potere reale siciliano ha sempre avuto, in
certe fasi storiche, la necessità contingente di produrre riforme, se non
illusorie, poco incisive e, soprattutto, incompatibili con un movimento di
reale cambiamento dei sistemi di raccolta del consenso elettorale. Le cronache
di fine ottocento e inizio novecento raccontano di Amministrazioni comunali
rette da Sindaci notabili che, succedendosi non mancavano di assicurarsi i
buoni auspici di quelli che contavano veramente attraverso la
conservazione dei privilegi degli agrari, detentori delle leve dell’asfittica
economia del tempo e del controllo sociale anche grazie ad un’alleanza
funzionale con la mafia. Per il resto, ogni nuova Amministrazione provvedeva ad
impinguare a dismisura un ramo impiegatizio sempre più pletorico ed asservito
e, guarda caso, in gran parte costituito da amici e parenti. In Sicilia un
certo tipo di famiglia e di amicizia hanno sempre avuto un ruolo preponderante
nei destini della società dell’Isola. Prendiamo quindi atto che in Sicilia il
sicilianismo veste sempre abiti antichi e riconoscibili, ma adattati ai tempi
e che è anche abbastanza facile individuare chi lo pratica e chi lo canta.
Tuttavia, al di là dei corsi e ricorsi storici, c’è un problema di
interpretazione attuale della fase e, in tal senso, si evidenzia la necessità
di decriptare alcuni segnali, anche in prospettiva. La domanda è: chi, nella
sostanza, riuscirà a gestire il nuovo corso della Sicilia quando l’immobilismo
del governo regionale scoprirà del tutto il bluff del Governatore Lombardo,
presunto politico forte e decisionista? Grossi interrogativi si sono già
imposti all’attenzione degli osservatori più avvertiti provando ad interpretare
logicamente il senso profondo di certi allontanamenti significativi
dall’entourage di Lombardo, già da tempo avviati e non a caso evocati in una
recente intervista a “La
Repubblica” dal Professore Elio Rossitto, anche lui
transfuga, dichiarato con ostentata evidenza, dall’MPA e noto stratega della
politica siciliana, fin dai tempi del potente Presidente Nicolosi, inventore e
gestore, con uno staff al tempo molto rampante, del cosiddetto governo parallelo che pure
provò l’operazione impossibile di modernizzazione della Sicilia, senza mettere
in discussione dei cosiddetti “poteri forti” siciliani. Altro che innovazione,
in Sicilia non riusciamo a mantenere nemmeno la tradizione perché al peggio non
c’è mai fine.
di Giovanni Abbagnato asud’europa 13 ottobre 2008
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| DON RAFFAELE LOMBARDO

Chi è Raffaele Lombardo? Un politico che ha creato in tutti questi anni una tela fatta di amicizie, di alleanze, di
favori, di incarichi professionali, di promozioni nelle Asl, di assunzioni, di
promesse. Insomma una poderosa macchina di voti costruita in tanti anni di
militanza politica attraverso «una sapiente gestione dei bisogni e una
spregiudicata distribuzione dei privilegi», come dicono quelli
dell’opposizione. I metodi li ha appresi alla scuola democristiana di Calogero
Mannino, ma via via il caposcuola è diventato proprio lui, superando forse lo
stesso maestro che, dopo anni di disavventure giudiziarie, è stato eletto in
Parlamento con l’Udc di Casini. Dopo il crollo della prima Repubblica, anche
Lombardo - come Mannino - era finito in disgrazia per di un paio di vicende
giudiziarie. Tutti lo davano per spacciato. Nessuno scommetteva un soldo su di
lui. Poi il miracolo. Fino a imporsi sulla scena nazionale e a condizionare il
dibattito politico attraverso l’alleanza con la Lega. Lui che non
perdeva occasione per dire peste e corna del Senatur. Del resto, Raffaele
Lombardo alternativo lo è davvero ai Bossi, ai Calderoli, ai Borghezio: è una
delle incarnazioni viventi di quella Dc che non muore mai, soprattutto in
Sicilia, e da sempre demonizzata dalla Lega. Negli anni Settanta,
militante del Movimento giovanile democristiano, frequentava la facoltà di
medicina ed era nel consiglio dell’Opera universitaria. I vecchi colleghi lo
ricordano come un tenace e battagliero «dispensatore di risposte», capace di
dare del filo da torcere perfino all’allora presidente dell’Opera universitaria,
Salvo Andò, craxiano di antica data, diventato in seguito ministro della
Difesa, anche lui passato per una serie di disavventure giudiziarie e oggi
riabilitato e rettore dell’Università Kore di Enna. Dispensatore di risposte,
certo, ma come ricorda qualche ex collega, «attraverso metodi spregiudicati».
Un sistema che secondo molti dura ancor oggi, ma che in una terra piena di
bisogni come la Sicilia,
si rivela pagante sul piano elettorale. «A quei tempi seguiva tutto, dalle
pratiche per le borse di studio alle domande per i posti letto. Tutti si
rivolgevano a lui e lui aveva una risposta per tutti. Ciò che prometteva
manteneva». È stata proprio l’università il primo luogo dove Lombardo
(laureatosi con una specializzazione in criminologia) ha cominciato a tessere
una tela che col tempo si è allargata sempre più.
Negli anni Ottanta, il leader del Movimento per l’autonomia decide di
presentarsi per la prima volta alle elezioni per il consiglio comunale di
Catania. L’ottimo successo personale gli vale la nomina di assessore al
Bilancio e alla Sanità. Sono anni bui per il capoluogo etneo. Gli anni in cui
la mafia comanda su tutto. Gli anni in cui i Cavalieri del lavoro e le maggiori
autorità della città vanno a braccetto coi mafiosi. Gli anni in cui il giornalista
Giuseppe Fava viene ucciso perché denuncia questi grovigli inconfessabili. Gli
anni in cui padrone assoluto della politica locale è il deputato democristiano
Nino Drago, proconsole degli andreottiani in Sicilia assieme a Salvo Lima, con
due rampolli che scalpitano per entrare nelle stanze dei bottoni, il socialista
Andò e il futuro presidente della Regione Rino Nicolosi. In questo sistema il
giovane Lombardo non mostra di stare a disagio. Da lontano vede e ammira
l’astro nascente Calogero Mannino - futuro ministro della Marina mercantile - e
ne segue la scia. Al tempo stesso da Palazzo degli Elefanti - sede del
municipio di Catania - crea un tavolo di concertazione con soggetti del mondo
istituzionale, professionale e sociale per organizzare la sanità nel
territorio, a quel tempo completamente allo sfascio. Un progetto che prevede
tre poli ospedalieri, il Garibaldi, il Vittorio Emanuele, il Cannizzaro, ai
quali se ne aggiungerà un quarto, il Policlinico universitario. Una struttura
abnorme, che negli anni successivi succhierà buona parte delle risorse del
bilancio regionale. Passa qualche anno e Lombardo lo rivediamo a Palermo nelle
sontuose sale di Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento siciliano. Prima
come deputato regionale, poi come assessore agli Enti locali. Ormai è
considerato un uomo potente, malgrado la sua giovane età. Dialoga con i
rappresentanti del “terzo settore” e promuove iniziative sul volontariato,
sulla solidarietà, sulle persone deboli. Piazza i suoi uomini nei consultori,
nei centri per anziani e per disabili, nelle associazioni, nelle cooperative,
nei servizi sociali. Fa arrivare contributi e a ogni elezione vede crescere i
suoi consensi. All’interno del suo partito non viene visto di buon occhio da
tutti. Rino Nicolosi lo detesta, lo considera un ragazzotto senza spessore
culturale. L’ostilità è reciproca. Ma intanto il presidente della Regione lo
inserisce nella sua giunta. A un certo punto l’ondata di Tangentopoli travolge
anche lui: i magistrati lo accusano di avere riferito in anticipo, attraverso
la sua segreteria politica, i titoli dei temi ad alcuni candidati risultati
vincitori in un concorso nel settore della sanità. Le manette interrompono una
carriera in fortissima ascesa. Lui è convinto che la causa dei suoi guai sia da
ricercare all’interno del suo stesso partito. E alla vigilia dell’arresto -
alle undici di sera - si reca nella redazione del quotidiano catanese La Sicilia per farsi
intervistare: prevede quello che gli succederà e fa capire che qualcuno molto
in alto gli ha teso una trappola. Tutti pensano a Rino Nicolosi. Intanto, lo
tsunami di Mani pulite travolge gli altri vertici siciliani del suo partito. A
uno a uno cadono lo stesso Nicolosi (che attribuisce a Lombardo quel che
Lombardo aveva attribuito a lui), Mannino, Drago, Lima. Qualche anno dopo viene
nuovamente coinvolto in una storia di tangenti - che ha come perno l’ex
presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini - assieme ai big della politica
catanese. Sia per la prima che per la seconda vicenda - nella quale è accusato
fra l’altro di associazione per delinquere - verrà assolto.
Politicamente sembra finito. Sembra. In realtà non ha mai smesso di coltivare
le antiche alleanze. In silenzio, ma con grande concretezza. Recupera le
vecchie amicizie universitarie - politici, professionisti, impiegati -, molte
delle quali, negli anni di maggiore splendore, avevano fatto parte del suo
entourage. Tutte rimaste fedeli anche nelle disgrazie. Si iscrive nel Ccd-Cdu.
Alla Provincia presenta una lista di fedelissimi. Riesce a fare eleggere un
pugno di consiglieri. Si riposiziona. Al presidente Nello Musumeci impone un
suo uomo, che diventa assessore alla Pubblica istruzione. Per decidere il
futuro della politica nel territorio, i nuovi potenti adesso devono rivolgersi
a lui. Si presenta alle elezioni europee e fa il pieno di consensi. Quando, nel
2000, a Catania si svolgono le amministrative, Lombardo forma due liste e fa eleggere i
suoi rappresentanti in consiglio comunale. A quel punto il nuovo sindaco, il
forzista Umberto Scapagnini (ex medico personale di Berlusconi), gli offre la
vice sindacatura con delega ai Lavori pubblici e al Personale. Lui ovviamente
accetta.
L’immaginario collettivo lo percepisce come il vero sindaco del capoluogo
etneo. Da quella postazione è un gioco da ragazzi riprendere i contatti con la
gente che conta. Ricostruisce il reticolo di alleanze con gli imprenditori, con
gli industriali, con gli esponenti degli ordini professionali, con i
commercianti. Riavvia i concorsi interni bloccati da tempo e dà la possibilità
a 5mila dipendenti municipali di accedere alle mansioni superiori. Dopo tre
anni si dimette per candidarsi alla presidenza della Provincia contro
l’europarlamentare diessino Claudio Fava. Stravince. Frattanto a Roma, Casini e
Buttiglione uniscono i rispettivi partiti e fondano l’Udc. Che senza i voti
della Sicilia non conterebbe nulla. Don Raffaele viene eletto presidente
nazionale con l’avallo di Cuffaro. Lui ricambia prendendo posizione contro i
magistrati per le inchieste su mafia e politica che coinvolgono il presidente
della Regione (una solidarietà che si ripete, in altre circostanze, nei
confronti dell’imprenditore catanese Sebastiano Scuto, accusato dai pm di
essere il riciclatore della potente cosca dei Laudani. Ma questa è un’altra
storia). Sullo sfondo, l’aggrovigliato mondo della sanità siciliana. I
referenti mafiosi, le talpe alla Procura di Palermo, le cliniche private, il
denaro. Tanto denaro. Che sgorga dai rubinetti della Regione, causando immense
voragini alle già disastrate casse dell’isola. Un triangolo nel Mediterraneo
spartito in due dai nuovi feudatari della sanità: quella occidentale a don
Totò, quella orientale a don Raffaele, che nella giunta regionale riesce pure a
piazzare il suo fedelissimo Giovanni Pistorio. Dove? Ovviamente nell’assessorato
alla Sanità. Lombardo non si occupa più solo di handicappati, di vecchietti, di
drogati, ma di primari da promuovere, di manager da piazzare, di medici da
spostare, di soldi da destinare. Ma con pazienza riesce a conquistare i suoi
spazi nonostante la presenza del senatore di Forza Italia, Pino Firrarello,
sindaco di Bronte. Intanto, negli ospedali siciliani la gente muore di
malasanità. In pochi mesi, una quindicina di decessi per i quali la
magistratura apre delle inchieste. L’assessore Pistorio ordina delle ispezioni.
Sembrano provvedimenti adottati più per placare gli animi che per fare piazza
pulita degli incapaci. Intanto, dall’oggi al domani, medici di provincia
diventano primari nei grandi ospedali della Sicilia orientale. Promozioni in
massa anche per manager, dirigenti di Asl, medici e paramedici. Pare che tutti
abbiano un punto in comune: dispongono di buoni pacchetti di voti. Se sono
bravi, meglio. Intanto, anche la
Provincia regionale di Catania diventa una potente fabbrica
di consensi. «In questi anni Lombardo ha conferito circa 120 incarichi
professionali per i collaboratori più stretti, cui ne vanno aggiunti 600 per
progettazioni, collaudi, studi di fattibilità ed altro; si badi bene, non solo
per persone vicine al centrodestra, ma anche per gente che fa parte dell’area
del centrosinistra».
Esponenti dell’Udc che lo conoscono bene (ma che preferiscono non esporsi)
dicono che Lombardo «si è molto raffinato anche dal punto di vista culturale,
ha compreso che per consolidare il potere deve ampliare le clientele anche a
sinistra». Per dimostrarlo fanno un esempio: «Conferisce tutti questi incarichi
senza chiedere nulla in cambio. Il do ut des avviene in modo automatico,
silenzioso». La grossa torta rimane comunque l’aeroporto intercontinentale che
Lombardo vuole realizzare nella Piana di Catania. «In un momento in cui i
grossi scali sono in crisi, Malpensa è uno degli esempi e lui pensa di farne
uno a Catania, sapendo che non sarà mai realizzato. Specie se si considera che
si sta ammodernando l’aeroporto di Fontanarossa. E allora perché ne parla?
Perché la Regione,
solo per gli studi di progettazione e di fattibilità ha stanziato 10 miliardi
di vecchie lire. Una occasione studiata a tavolino per creare nuove clientele».
Non l’unica, a quanto pare. «L’altro progetto grosso riguarda la Pubbliservizi,
un’azienda da realizzare con capitale della Provincia che si occuperà di tutti
i servizi pubblici, dalle manutenzioni alla custodia di certe strutture». È il
periodo in cui Lombardo è potente, anche (e soprattutto) all’interno dell’Udc.
Quando a qualcuno dei suoi fedelissimi si chiede se è più potente lui o il suo
predecessore Nello Musumeci (europarlamentare di An, oggi leader del movimento
Alleanza siciliana)?, rispondono: «Mentre per parlare col prefetto, Musumeci si
recava in prefettura, oggi è il prefetto ad andare da Lombardo». Magari non
sarà proprio così, ma è una battuta che interpreta il pensiero dell’opinione
pubblica. E questo dà fastidio a tanti, compreso il presidente della Camera,
Pier Ferdinando Casini. Proprio a lui e a Berlusconi - in nome di un Sud
trascurato e tradito -, Lombardo chiede nel 2005 il ministero per il
Mezzogiorno. Non gli viene concesso. Passa qualche mese. Le elezioni per il
nuovo primo cittadino di Catania sono imminenti. Ai nastri di partenza si
presenta l’uscente Umberto Scapagnini contro l’ex ministro dell’Interno Enzo
Bianco, rimasto nel cuore di molti catanesi per essere stato l’artefice, da
sindaco negli anni Novanta, di un rinnovamento della città. A poche settimane
dal voto i sondaggi danno in nettissimo vantaggio l’ex ministro. Poi il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi scende a Catania. E indovinate a chi
fa la prima visita? Proprio a Raffaele Lombardo, fino a quel momento indeciso
se appoggiare Bianco o Scapagnini. I due probabilmente si accordano: il
Cavaliere torna a Roma con qualche certezza in più, e forse con qualche soldo
in meno, lasciato nei quartieri più poveri. Ma sono, appunto, dicerie. Di
concreto c’è che in pochi giorni cambia tutto. Basta parlare con la gente per
percepire che il clima è diverso. Il presidente della Provincia presenta ben
quattro liste e le imbottisce di medici e di esponenti del volontariato: 180
candidati in consiglio comunale, 500 nei consigli di quartiere. Appoggia il
sindaco uscente, ma contemporaneamente schiaccia l’occhio al centrosinistra per
possibili alleanze future. «Più che vincere gli interessa dimostrare di essere
decisivo». Alla fine, decisivo lo è veramente. Grazie a un valore aggiunto del
20 per cento, l’ex medico di Berlusconi batte il super favorito Enzo Bianco. A
quel punto nell’Udc inizia la resa dei conti. Una fronda di deputati nazionali
e regionali - ispirata dal presidente della Camera - gli fa la guerra: in
pubblico lo accusa di essere ambiguo, ambizioso e spregiudicato. Lui se ne va
sbattendo la porta e fonda il Movimento per l’autonomia. Per i primi mesi non
si schiera, o meglio si schiera a seconda delle circostanze e delle
convenienze.
Dopo essere stato determinante a Catania per la vittoria del centrodestra,
diventa determinante a Messina facendo vincere il centrosinistra. Alla fine, in
vista delle elezioni nazionali e regionali, decide di schierarsi con la Casa
delle libertà e di
allearsi col Senatur. L’opposizione lo bombarda di interrogazioni. Una delle
più curiose riguarda il suo ex assessore allo Sport, Daniele Capuana, dimessosi
per candidarsi alle regionali. Uscito dalla porta, Capuana rientra dalla
finestra: pochi giorni dopo Lombardo lo nomina consulente allo sport. Ma la
decisione più contestata (soprattutto da certi esponenti della stessa Casa
delle libertà) è quella della nomina ad assessore di Serafina Perra, come
denunciano esponenti dell’opposizione, «moglie dell’ex sindaco di Calatabiano Giuseppe
Intelisano, arrestato nel 2000 perché accusato dai magistrati di avere
collegamenti con la mafia locale (poi prosciolto). Un provvedimento giudiziario
che fece da premessa allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio
comunale». Dopo lo scioglimento anticipato
dell’Assemblea Regionale per le dimissioni di Cuffaro condannato in primo grado
a 5 anni ed all'interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di
favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio Lombardo ufficializza la sua candidatura alla
presidenza della Regione Siciliana, sostenuto dal suo movimento, dal PDL e
dall'UDC. Il 14 aprile viene eletto presidente, ottenendo oltre il 65% delle
preferenze, sconfiggendo la candidata di Pd, IdV
e Sinistra Arcobaleno Anna Finocchiaro, che si attesta al 30% circa. La
coalizione da lui capeggiata ottiene 62 deputati regionali, e 28 il PD, unico
partito che sosteneva la
Finocchiaro a superare lo sbarramento del 5 per cento. Il giorno stesso
dell'insediamento a Palazzo d'Orleans, un utente della rete, utilizzando eMule,
scopre casualmente una cartella in formato ZIP, contenente una sorta di data
base delle richieste di raccomandazione inviate a Lombardo o ai suoi
collaboratori dell'MpA.
da
Left- Avvenimenti
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| Il Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo prova a far alzare
l’indice della sua popolarità con uscite spettacolari che appaiono come un vero
e proprio “remake” del periodo elettorale. Promesse, promesse ed ancora
promesse.
Autonomista del terzo millennio senza tanta convinzione visto che è stato
presidente, molto criticato e chiacchierato anche dai media nazionali, di una
istituzione che lo Statuto ha abolito nel lontano 1946, Lombardo
appare essenzialmente un democristiano vecchia maniera e con una concezione
della politica del consociativismo. Nel discorso di presentazione della
candidatura di Lombardo alla presidenza,
l’attuale ministro della Giustizia
affermò con enfasi: ” mi risulta dalle clssifiche del Sole24 Ore che lui è
stato il presidente di provincia più apprezzato“.
Riferito ovviamente al periodo in cui Lombardo era presidente della provincia
di Catania e periodo a cui si riferisce molto probabilmente il famoso “dossier”
Lombardo che da mesi circola liberamente in internet senza che sia mai stato
contestato da alcuno e che si può trovare facilmente sui vari motori di
ricerca.
Un lista lunghissima di numeri di telefono, curricula, richieste di
raccomandazione, nomi, cognomi, professioni dove non mancano appartenenti alle
Forze dell’ Ordine, indicazioni del proponente e in qualche caso anche il
risultato del’intervento.
Per molti Lombardo è il nuovo che avanza ma tutto appare vecchio e stinto e
il dossier trasmette un senso di inquietudine e di preoccupazione.
Un commento del Presidente , un chiarimento, una dichiarazione su questo
dossier non ci risulta e forse i siciliani una spiegazione la meriterebbero, se
non altro per il rispetto che la politica deve al popolo “sovrano”.
Fuoriuscito dal partito di Cuffaro, Lombardo ha abbracciato la
causa autonomista mai sopita e risbocciata intorno agli anni novanta, cerca di
mettersi di traverso in Parlamento dove conta come il due di picche, salvo poi
rientrare nel sistema Berlusconi perché “rassicurato” delle promesse romane, ora
di Letta, ora di Bossi o dello stesso Berlusconi. Insomma le sue retromarce sono
la conseguenza di assicurazioni e promesse romane.
Non sembra accorgersi invece, che per la prima volta nella storia
repubblicana la Sicilia, con tanti ministri al governo nazionale come non mai e
con un presidente del Senato siciliani, rischia seriamente di vedersi cancellato
quello Statuto che fu conquistato con il sangue di tanti che nessuno ricorda,
vedi Antonio Canepa.
Mai attuato per scelta politica siciliana in accordo con quella nazionale che
generosamente elargisce contributi ed assistenze che hanno contribuito a far
rinascere in Sicilia il feudalesimo, lo Statuto è diventato per Lombardo uno
strumento ora da cambiare (duo Lombardo-Miccichè), poi da applicare, e più
recentemente, ricompostosi il duo Miccichè-Lombardo, da aggiornare.
Senza dubbio idee chiare sull’autonomismo siciliano.
A distanza di 5 mesi dalla sua elezioni Lombardo alle sue promesse non sembra
aver fatto seguire nulla di concreto. Tante esternazioni e tante belle
intenzioni, vedi quella degli ATO, che rimangono nel libro delle belle
intenzioni.
Le lobby continuano gli affari, i deputati continuano a bivaccare a Palazzo
Reale, la macchina regionale elefantiaca continua a divorare denaro pubblico
senza costrutto. Insomma, un remake del passato prossimo dell’insipienza della
classe politica siciliana, che come tutti i remake, è la brutta copia
dell’originale.
Però Lombardo una cosa l’ha fatta. Ha fatto si che il mastodontico ufficio
stampa composto da ben 22 capi redattori e da un direttore, lavorasse. Infatti i
comunicati stampa da un po’ di tempo giungono solo da questo ufficio che
accentra tutti i comunicati per diramarli dalla presidenza.
Qualche cattivello pensa che accentrando i comunicati con la scusa di
“parlare” con una sola voce, Lombardo controlli la voce degli assessori. Sarà,
intanto continua lo spreco.
Ma anche nel caso dell’ufficio stampa, pensando di risolvere un problema, si
aggrava la situazione perché rimangono senza lavoro (?) diversi uffici stampa e
tanti addetti che vengono regolarmente retribuiti.
Domanda: gli uffici stampa degli assessorati cosa fanno adesso?
Rimangono gli uffici “vacanza” di Bruxelles e di Roma con tanto di dirigenti
generali, dirigenti, funzionari direttivi ed istruttori direttivi. Qualche
milione di euro, né più e né meno che potrebbe e dovrebbe essere risparmiato con
la loro chiusura.
Rimangono i consulenti, le auto blu, i privilegi, e rimangono senza un
accenno di soluzione, tutti i problemi organizzativi, economici, politici, e
malgrado si sia fatto un gran baccano per la riduzione delle assenze del
personale, la “produzione” della macchina burocratica è rimasta ai livelli
precedenti con un aumento della spesa.
Tutto come prima quindi, con tanto di parentopoli e assistenzialismo. Una
brutta copia del passato tinta e ritinta.
La soluzione siciliana si potrà forse trovare nel commissariamento dell’Isola
perchè la politica siciliana non sarà mai capace o non vorrà mai cancellare i
rinati feudi mediovali.
da
Osservatorio Sicilia 29/09/08
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